“Quando c’erano le altalene nel mare”

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Foto di Maurizio Bonora

Foto di Maurizio Bonora

[Riproponiamo un bel ricordo, scritto nel 2015 da Grazia Nardi per la nostra rubrica serale su Facebook “Buona Memoria”, in occasione del ritorno dell’altalena in riva al mare festeggiato in questi giorni]

“Quando c’erano le altalene nel mare” potrebbe essere il titolo di un film sugli anni Sessanta: uno dei tanti, vero, ma più passa il tempo più spuntano ricordi dapprima dimenticati, prendono corpo ed anima particolari che, nell’intensità di allora, s’erano accantonati.

Dunque l’estate era un insieme di voglie, di umori, di speranze, di illusioni favorite o causate dalla vita che, dopo l’inverno, si spandeva fuori casa ed in particolare, per noi riminesi a “marina”. Lì si ampliavano le compagnie, le occasioni d’incontro, quello il luogo più favorevole alla nascita degli amori, brevi o duraturi.

Persino i “fidanzati” si prendevano una pausa per poi “ritornare” a settembre. A dire il vero erano per lo più i maschi che, con la calata delle nordiche, allora ritenute più disinvolte, delle stanziali, volevano dedicarsi al raccolto estivo.

Ma era lì, “a marina”, che esplodeva tutta la sensualità femminile: quel due pezzi di stoffa con frappa che ondeggiava sul pube, la peluria che s’intravedeva nell’incavo delle cosce, quei giochi di gruppo che, come punizione per il/la perdente avevano quasi sempre il bacio o la dichiarazione d’amore, gli zoccoli col tacco alto che favoriva il movimento delle anche mentre si percorreva la passerella, la musica dei juke-box che si diffondeva come la colonna sonora di un film, favorendo le atmosfere più romantiche e l’intimità che sprigionava in acqua “facciamo il bagno insieme?” anche solo a sfiorarsi.

Perché il mare, diciamolo, proteggeva le coppie dagli sguardi e soprattutto, dai controlli. Il bagno, quel materassino che s’insinuava tra i corpi, offrendo valido sostegno, il moscone e, certo che sì!, l’altalena.

Nell’immaginario prevalente, fissato nelle foto che girano su Internet, l’altalena viene associata ai bambini o, al massimo, a qualche bella donna statuaria che si faceva riprendere come si conveniva nelle foto dell’epoca.

Noi bambini non mancavamo mai “il giro” sull’altalena. Non di rado si stava in fila aspettando il nostro turno, sbuffando quando qualcuno ci stava troppo tempo e si faceva anche a gara per dimostrare chi andava più veloce o più in alto, ora seduti, ora in piedi e si cadeva perché il sedile di legno, bagnato, diventava scivoloso.

E poi quell’altalena contraddistinta dal cartellone pubblicitario che svettava nella parte superiore, con quei colori a strisce alternate bianche ed azzurre, era per noi un punto fermo d’orientamento quando, durante il bagno, ci allontanavamo della riva, salvo poi “sbagliare” altalena e sbucare in una zona diversa da quella in cui eravamo entrati.

Ma l’altalena era meta anche dei “grandi”, con un qualche secondo fine, oltre il semplice divertimento.

Forse quella ragazza che dondolava in piedi sul sedile, spingendo in avanti il bacino, voleva far colpo su qualche fusto di turno che la seguiva dalla riva? E la coppia di giovani – lei seduta per farsi trasportare, lui in piedi a spingere con forza “il veicolo” – non suggellava una complice affinità?

Come in due sulla bicicletta, lei sempre adagiata sul cannone; come sulla lambretta, lei che gli si stringe alla vita: sull’altalena si svolgeva un gioco di sensazioni, soprattutto ai tempi dei primi approcci, amplificato dalla nudità della pelle, dal vento smosso dai movimenti, dagli odori, un misto di salsedine, sudore, creme solari che rimaneva a lungo nelle narici a ricordo di quelle giornate e di quei momenti…

Grazia Nardi

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