Arriva il “vitellone”

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Intanto, di là del San Bartolo, la figlia del bagnino sta portando avanti la sua missione. Si aggira circospetta tra i lidi romagnoli, fingendosi nuova del posto e sperando che il suo accento non la tradisca. A chi glielo chiede dice di essere l’inviata di un tour operator di Gubbio, e di voler dare un’occhiata alla spiaggia per un’eventuale inclusione in un catalogo-vacanze. Gli ingenui bagnini le credono – e poi quel termine straniero, “tour operator”, li mette anche in una certa soggezione. Così, ognuno di loro si prodiga nel mostrarle il proprio attrezzatissimo stabilimento balneare, enumerandone tutti i fantastici e moderni optional. Lei ascolta, assimila e prende appunti sul suo taccuino. Vuole riportare tutto nella sua terra natìa; un po’ come si dice abbiano fatto, qualche secolo fa, quei furbastri dei monaci di Giustiniano, nascondendo alcuni bachi da seta nell’incavo dei loro bastoni. Tre le tante offerte originali ne spiccano tre davvero insolite: inutili piscine posizionate a meno di dieci metri dalla riva (per chi va al mare ma non vuole fare il bagno nell’acqua salata, bah!), equipaggiatissime palestre sulla sabbia (per chi vuole far fatica anche quando è in vacanza, boh!), lettini con la seduta trasparente (per chi vuole abbronzare ogni lato del proprio corpo senza neppure aver voglia di girarsi, buuuh!). E poi: passerelle con spruzzini di acque profumate rigeneranti, angoli-relax con cuscinoni indiani e caraffe di tè bancha bollente, pedane con un dee-jay esaltato che spara techno no-stop, docce emozionali-sensoriali-cromoterapiche-termali, exotic rooms adibite a privé con musica lounge e chill-out per l’happy hour. Nota bene: in queste ultime vi si possono trovare solo stranieri; nessun italiano ha infatti ben capito di cosa si tratta.

«Insomma, è proprio vero: questi romagnoli ci sanno fare col turismo. Hanno mille trovate, una più pazza dell’altra», pensa la figlia del bagnino. «Eppure, ho come la sensazione che le chiavi del loro successo siano da ricercare altrove…».

Così rimuginando si incammina sulla passerella di cemento colorato, ed ecco che lo vede, laggiù. Sulle prime pensa a un miraggio, e invece no: è un’epifanìa. Un rarissimo esemplare di vitellone romagnolo, uscito dritto dritto da un film anni Sessanta. Eppure è lì, davanti a lei, in tutta la sua genuinità. Lui le sorride e subito attacca bottone con un usuratissimo “Sprechen Sie Deutsch?”. «Sono italiana» gli risponde. Argh – si stampa sulla faccia di lui – oggi va buca; le italiane fanno troppo le difficili. La nostra Mata Hari, però, vuole sfruttare l’occasione, e così lo interpella per prima con una sfilza di domande. Viene a sapere che si chiama Loris, detto Zazà, e che è di Corpolò – una piccola frazione Si trova a Rimini per un giro di ricognizione, per vedere come butta – dice. Di svedesine, però, ancora neanche l’ombra. La figlia del bagnino prova subito un’antica simpatia per questo strambo individuo, forse perché proprio grazie a lui si sente catapultata in una pellicola in bianco e nero, dove i juke-box suonano le canzoni di Jimmy Fontana e le bibite si bevono ancora con la cannuccia.

Zazà sarebbe da imbalsamare e mettere in una teca per un futuro museo sugli usi e costumi della Romagna. Negli occhi gli si leggono le spensierate scorribande giovanili: tra turiste straniere, fritti misti notturni, lambrette truccate e autostop. Al collo porta una catenazza d’oro massiccio in bella vista, che sbuca da una camicia di lino bianco aperta sul petto villoso. La chioma è ancora lunga e folta, color castoro tinto, e lui ne fa visibilmente un vanto. Ciò che lo rende un vero vitellone, però, non è l’aspetto – per quanto tipico e insolito questo sia. Piuttosto, è il suo atteggiamento a identificarlo come il maschio alfa di un’intera razza in via d’estinzione. Il modo di camminare, la parlata, le battute, la gestualità: tutto rientra in un linguaggio comportamentale ben codificato. Mentre chiacchiera, la figlia del bagnino si diverte un mondo e si domanda se davvero lo scopo ultimo di un vitellone sia quello di sedurre la femmina. A lei pare, a dir la verità, che il fine sia fine a se stesso – e scusate il gioco di parole. Una recita bella e buona, insomma; dove il solo protagonista è lui, in tutta la sua spigliatezza e simpatia contagiosa. E poi se va, va; e se non va, almeno ci si sarà divertiti un po’.

Certo, l’incontro con un personaggio così pittoresco merita da solo una vacanza in questi luoghi – riflette la figlia del bagnino. Non sarà mica che il vitellone è stato inventato dalla locale azienda di soggiorno, come attrazione turistica? Ci si potrebbe aspettare di tutto da questi romagnoli. Eh sì: il vitellone è sicuramente una delle chiavi del loro successo – conclude la ragazza. «Ciao Zazà, resta sempre così: sei troppo forte!». Lui le fa l’occhiolino, saluta e se ne va gongolando a petto in fuori.

La figlia del bagnino

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