Buon (oscuro) Natale!

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Il famigerato “Krampus”

All’approssimarsi delle festività, momento tradizionalmente gioioso, sereno e spensierato, vorremmo volgere l’attenzione verso il significato più antico e folkloristico del Natale e dell’Epifania, ovvero ciò che il periodo rappresentava per i nostri avi nella tradizione locale e rurale, specialmente romagnola. Gli studiosi Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, noti per alcuni illuminanti saggi di approfondimento sull’antropologia culturale e il folklore, nel libro “Tenebroso Natale – il lato oscuro della Grande Festa” (Editori Laterza, 2012) ci raccontano invece, in modo articolato e approfondito, le eredità culturali e ancestrali che tramandano un Natale greve e inquietante, ricco di riflessione, di timore e di incertezza.

È noto che le festività e le ricorrenze cristiane si sono progressivamente inserite in un ciclo preesistente di celebrazioni istituite, alternativamente, da tradizioni ereditate da epoche precedenti (soprattutto quella romana e celtica, come il culto di Mitra o il rito del Sole Invitto) o dalle comunità rurali, come la raccolta del grano, la transumanza, i solstizi (con i cicli luce-buio) e i loro riti apotropaici – ovvero di “buon auspicio” – come l’accensione dei falò nella notte di Natale in forma privata (il classico “ceppo” fatto ardere per ore nel camino domestico) o durante l’Epifania in forma pubblica (roghi di fantocci in piazza o nelle aie, sotto forma di “vècia”, “strìa” o, più comunemente, “befana”). Il “fuoco purificatore”, in questi casi, depura la malignità simboleggiata dall’oscurità e dall’inverno aprendo le porte alla luce e alla rinascita agricola e protegge i comuni mortali dalle angherie degli spiriti dell’oscurità, impersonati nella cultura popolare, appunto, da donne anziane che, come è noto, rafforzano il rapporto conflittuale con il rogo dispensando proprio il carbone ai bambini meno diligenti.

È interessante notare un parallelo con le ben più note “fogheracce”, i tradizionali falò romagnoli accesi nella notte di San Giuseppe (18 marzo) e il rito della “segavecchia”, aventi medesime finalità apotropaiche, tenuti a ridosso sia dell’equinozio primaverile (21 marzo) sia dell’antico Capodanno romano (1° marzo) e consistenti nell’esorcismo e sconfitta di una figura antropomorfa costituita da stracci, legna e carta e raffigurante una vecchia arcigna (ovvero un’altra “befana”), rappresentante dell’anno che si chiude e del mito dell’eterno ritorno nell’incombente primavera agricola.

Alla base specificatamente della tradizione natalizia, che si celebra tra la fine dell’anno solare e l’inizio di quello successivo, c’è il cosiddetto “dōdekaḗmeron”, un “tempo fuori dal tempo” come lo definiscono efficacemente Baldini e Bellosi, della durata di dodici giorni che anticamente andava a colmare la differenza tra la durata tra l’anno solare e lunare (i cui mesi durano poco più di 29 giorni, senza eccezioni). Affinché entrambe coincidessero, tra il 24 e il 25 dicembre si apriva un periodo di “sospensione temporale” – o Grande Festa – caratterizzato da un’inevitabile e persistente alone di magia, rito e inquietudine, che sarebbe terminato proprio alla mezzanotte del 6 gennaio successivo e che, oggi, corrisponde proprio al ciclo delle nostre festività cristiane. Il dōdekaḗmeron ha però origini antichissime ed è certamente l’elemento caratterizzante di un altro periodo parimenti suggestivo, come l’arco temporale Ognissanti-San Martino (31 ottobre-11 novembre) che corrisponde al Capodanno celtico – così come il Natale corrisponde all’avvicendamento dell’anno solare – nel momento in cui luce ed ombra si alternano definitivamente, portando ricadute importanti nei ritmi e nelle abitudini rurali anche in termini di leggende, paure e superstizioni tra loro correlate. La “sospensione temporale” legata al dōdekaḗmeron e all’alternanza luce/oscurità, infatti, corrispondeva anche a una sorta di “apertura” delle porte sulla voragine soprannaturale, cioè alla momentanea coesistenza tra il mondo terreno e l’aldilà, che avrebbe attivato inevitabili quanto profonde riflessioni personali sull’anno appena trascorso – non sempre dall’esito positivo – e una serie di eventi imponderabili, alla fine della quale anche gli animali avrebbero parlato “confessando la condotta dei padroni” (da qui l’antica raccomandazione di non varcare la soglia delle stalle nella notte dell’Epifania).

Il ritorno delle anime dei cari defunti a ridosso dell’Epifania, in Romagna, si manifesta in un altro rito suggestivo e popolare di grande fascino: “la Pasquëla” (la Pasquella). Tra il 5 e il 6 gennaio alcuni cantori che simboleggiano le anime dei defunti, bussando alle porte e citando la strofa «Sgnór padron arví la porta / che qua fora u j è la morta» («Signor padrone aprite la porta / ché qua fuori c’é la morte») effettuano una vera e propria questua musicale casa per casa, al fine di ottenere accoglienza e conforto garantendo, a propria volta, la protezione alla famiglia e la buona sorte: impossibile non intravedere, in questa antica tradizione locale, una similitudine con il “dolcetto o scherzetto” di anglosassone memoria e con il persistente dualismo tra momento di festa e momento di riflessione (se non di vera e propria malinconia).

Quando si parla di folklore non si citano tradizioni e tematiche antiche e superate. Molti lettori ricorderanno di essersi sorprendentemente spaventati con opere che hanno descritto il tema delle Feste soprattutto attraverso una luce greve o gotica, in molti casi velata da un retrogusto amaro quando non profondamente angosciante: su tutti il classico titolo “Canto di Natale” (“A Christmas Carol”) di Charles Dickens; così come non sono mancate efficaci trasposizioni cinematografiche di enorme successo, dal celeberrimo “Nightmare Before Christmas” di Tim Burton (1993) a “Gremlins” di Joe Dante (1984), a “Il Grinch” di Ron Howard (2000), anche se il più spaventoso e attuale appare “Krampus – Natale non è sempre Natale” di Michael Dougherty (2015), che prende spunto dalla leggenda teutonica dei Krampus, uomini-caproni indemoniati aiutanti di San Nicola (o Santa Klaus, Babbo Natale) che irrompono con le tenebre nelle vie dei paesi per rapire e frustare i bambini cattivi.

Ne consigliamo la visione… mentre porgiamo a tutti i lettori i nostri più “piacevoli brividi” di Buon Natale!

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