La Pasqua della nostra infanzia

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Sembra passato così poco tempo dall’ultimo Natale e siamo già a Pasqua. Il tempo adesso passa veloce e la cosa, se mi soffermo a pensarci, mi sembra ancora incredibile. Ai tempi della scuola, non passava mai e attendevo le vacanze di Pasqua segnando l’avvicinamento nel diario, come un carcerato che aspetta impaziente il giorno della liberazione!

Ma era così bello quando finalmente si poteva stare a casa e pensavo si potesse dormire al mattino senza fare quelle alzatacce e quelle camminate che non finivano mai, verso la scuola. Invece spesso, anzi sempre, mi svegliavo alla stessa ora e quanto mi dispiaceva… ma era bello lo stesso sentire il movimento meno affrettato che c’era in casa, perché sia io che mia sorella eravamo in vacanza!

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La domenica precedente era la Domenica delle Palme e si andava a messa praticamente per una cosa sola: ovvero per portare a casa i rami benedetti dell’ulivo e che poi la mamma sistemava sopra i letti dietro al quadro religioso. Poi la settimana proseguiva e io aspettavo il momento fatale del poter indossare il vestito nuovo che per l’occasione la mamma ci faceva fare dalla nostra sarta. Si chiamava Alfonsina, stava vicino alla Colonnella e la mamma alle prove ci portava con la bicicletta.
Abitava in una casa con il pozzo in mezzo al cortile e la mamma era terrorizzata che ci cadessimo dentro quando una delle due provava il vestito e l’altra era “libera” di girare intorno al pozzo. Era una sua ossessione e io ricordo ancora che durante le mie ispezioni sgranocchiavo il pane della sarta che, sapendo quanto mi piaceva, me ne dava un bel pezzo appena sfornato. Devo dire che un pane così buono non l’ho più sentito e ancora, visto che sono un’amante del pane, lo ricordo e lo rimpiango.

E finalmente arrivava la giornata di Pasqua.

Potevo mettermi il vestito nuovo, che era la consuetudine di quel tempo e voleva anche dire che la primavera era arrivata! Ma la Pasqua non sempre arriva nel tempo pieno della primavera: a volte c’era anche un freddo che mi faceva tremare e “stremolire” nel mio vestito nuovo, ma mi sentivo lo stesso la Principessa delle fiabe! Alla Messa di Pasqua era come un obbligo fare la Comunione e perciò si doveva stare a digiuno, anche se la colazione del mattino era stata fantastica, con le uova sode che avevamo dipinto noi col babbo il giorno prima e la ciambella che avevamo preparato con la nonna, nei giorni precedenti, direttamente nel Forno pubblico! Che meraviglia andare con la mia nonna al forno vicino a casa per preparare la ciambella: mi faceva grattugiare il limone per metterlo nella farina e credo di non aver più fatto un “lavoro” così divertente…
E la mattina festiva, sopra una tavola con una tovaglia da grandi occasioni, tra le uova “pitturate” e fette di ciambella, la colazione di Pasqua era una pacchia. Penso che sia da allora che mi è rimasta la fissazione della colazione del mattino.
Il babbo che faceva il matto perchè era felice e la mamma, finalmente senza le accelerazioni del non fare in tempo per mandarci a scuola in orario, appariva finalmente calma! Per tutta la mattinata stavo attenta poi a non mangiare nulla… sempre con il pensiero di questa “benedetta” Comunione e questo fatto della negazione forzata del cibo, incredibilmente, mi faceva paradossalmente aumentare il senso della fame: alla fine avevo una fame da lupo e la mamma mi presidiava sapendo che potevo anche “cedere”.
Adesso è tutto diverso da allora, addirittura con un semplice “Atto di dolore” detto piano, si può fare la Comunione senza confessarsi! Allora avrei pensato al sacrilegio! Tutti i peccati erano peccati “veri”, mica come adesso che ti “condonano” tutto! Di conseguenza si rigava diritto perchè il senso di colpa, sennò, ti assillava e ci si sentiva male per un nonnulla; forse per questo fatto del “Giudizio Divino”, gli altri mi apparivano (o forse erano gli occhi dell’innocenza) tutti più buoni, più generosi verso gli altri e anche più caritatevoli di adesso. Era proprio quindi “una buona abitudine” sottostare alle “regole”? Probabilmente si.
Ed ecco che arrivava finalmente l’ora di Pranzo, con le uova di cioccolato in bella mostra davanti al mio piatto mio e a quello di mia sorella, che ci rendevano felici perché allora la cioccolata praticamente si mangiava solo con l’uovo di Pasqua, ma, soprattutto, per la sorpresa che come sempre (e lo sapevo già!) era un braccialettino che adesso definirei ridicolo, ma allora mi faceva fare urli di gioia! Il pranzo era un po’ più abbondante di quello domenicale e il pollo che mia mamma faceva in una maniera… mai più sentito così.

L’agnellino no. In una famiglia amante degli animali, diceva il babbo… è una bestemmia mangiare una bestiolina isè blina e bona (così bellina e buona!). Da allora non mi sogno neanche di mangiare l’agnello, proprio mi disgusta pensarci! Mi sembrerebbe, come dico quando me lo propongono, di mangiare il mio gatto! E poi poteva esserci la visita dei parenti per un saluto ed io aspettavo i loro figli con ansia per fare giochi nuovi: erano gli stessi che venivano con noi il giorno dopo (Pasquetta), come da tradizione, dai frati di Covignano a fare il pranzo a pic-nic… così divertente che non si può neanche immaginare: cesti con tovaglia e stoviglie e… spianate, salamini alla cacciatora, uova sode (forse, ora mi viene il sospetto, rimaste dal giorno prima?) giardiniera e qualche parente più coraggiosa le lasagne verdi (che sono la mia passione).

Questa era una giornata fantastica e indimenticabile, con la tovaglia appoggiata su un tavolo povero e disadorno, ma ricco dalle cose belle che riempiono la vita, come certe tradizioni che ahimè si sono perse nel tempo…

Daniela Della Bartola

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