I poveri di città erano “di chiesa”?

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Sant'Agostino, 1931

Sant’Agostino, 1931

I poveri di città erano “di chiesa”? Negli anni ’50 questa era l’espressione “popolare” che indicava la relazione con la pratica religiosa: “l’è una ad cesa”, non casualmente al femminile.

Lo schema, non generalizzabile, ma diffuso, almeno nel mio ambiente, era: l’uomo, il capofamiglia, non va in chiesa, fatta eccezione per i funerali dei consimili, i figli meglio in chiesa che in mezzo la strada, la donna sì ma solo nelle ricorrenze “giustificate”, con una predilezione, da donna a (Ma)Donna, per il “mese di maggio”.  Il cosiddetto mese mariano era un’occasione, tollerata anche dai mariti più severi, in cui le donne si ritrovavano, parlavano prima e dopo la funzione pomeridiana, uscendo dall’isolamento invernale che le aveva rintanate in casa.

Dunque, poco spiritualismo. La religione era vissuta, passi la contraddizione, in maniera quasi “pagana” e personalizzata, ognuno aveva il suo rapporto diretto con Dio e con i Santi. La più evocata era Santa Rita, la santa delle grazie impossibili: trovare lavoro, guarire da “un mel brot”,  far diventare buono un padre o un marito troppo autoritario e manesco….

In ogni caso il dovere terreno aveva la precedenza su quello religioso: badare alla propria famiglia, ai figli, agli anziani di casa, più semplicemente cucinare in orario per il marito che rientrava stanco dal lavoro,  era più meritevole che andare a messa  e c’era anche la presunzione assoluta che non solo Dio “avrebbe capito” ma avrebbe addirittura apprezzato! Come dire: sono i valori umani quelli autenticamente spirituali. Con questa ispirazione mio nonno Andrea, la domenica mattina riteneva di fare il proprio dovere di cristiano andando nelle corsie dell’ospedale ad assistere gli anziani soli, nelle piccole ma essenziali funzioni: mangiare, lavarsi, parlare..  oppure sistemando le tombe abbandonate, al cimitero.

Un rapporto umorale, quello con la Chiesa, non garantito da una fede pregiudiziale e che, proprio per questo, quando la grazia non arrivava, si raffreddava….

E anche l’aspettativa nell’aldilà non veniva mediata dai ministri del culto ma da una regola di vita terrena prevalente su ogni precetto:  “male non fare, paura non avere”.

Il parroco era considerato un mediatore tra il divino e le faccende terrene che si doveva guadagnare sul campo la considerazione, la stima e, non raramente, l’affetto dei parrocchiani. La visione, insomma, era sicuramente manichea: c’erano i preti “buoni”, quelli che non discriminavano i comunisti, che non facevano pesare la scarsa assiduità ai riti, che lasciavano ai chierichetti i soldi delle offerte in occasione delle visite alle famiglie per la benedizione pasquale… e c’erano gli altri.

Era l’epoca in cui per “entrare” in banca, ovvero essere assunto, serviva il giudizio favorevole del prete……

Nella visione popolare (e, diciamo, di sinistra?), più difficile entrare nella cruna dei “buoni”, rispetto a quelli di campagna, per i preti di città, vicini alle gerarchie ecclesiastiche ed alle famiglie nobili (seppur di una nobiltà di fresca decadenza) e borghesi che, dietro consistenti elargizioni, avevano la panca riservata, con tanto di nome sulla targhetta. E di panche io me ne intendevo!

Nei miei anni ’50 il parroco di Sant’Agostino di cui nemmeno la mamma ricorda il nome, era uno di quelli ”buoni”, sia pure di una bontà di tipo assistenziale.  Convogliava i bambini che, disponibili a pulire e spolverare le panche, ricevevano in cambio la merenda giornaliera (pane e marmellata, castagne). A quel tempo non era cosa da poco.  Il servizio naturalmente non veniva controllato ed a noi bambini, oltre il cibo, piaceva  la familiarità che si stabiliva con il luogo sacro, la sacrestia,  la sala giochi nel retro con  il “biliardino”, le stanze private del parroco.

Per ridurre le “differenze” tra chi poteva permettersi “il rinfresco” e chi no, dopo la cerimonia della Prima Comunione, il parroco offriva ai comunicandi e “santoli”, ovvero padrini e madrine, cioccolata in tazza, biscotti e ciambella. Un’iniziativa che veniva colta con gratitudine dalle famiglie. Forte, invece, era  la diffidenza verso le “dame di carità” che portavano il “pacco” di viveri alla famiglie povere, dove il pezzo forte era rappresentato dalle “gallette” di formaggio.

La mia famiglia non l’ha mai accettato non (solo) per orgoglio ma anche perché convinti che altri ne avessero più bisogno. La mamma si prestava a fare i lavori per le “signore”: lavare, stirare, pulire… ma la carità delle dame veniva mal digerita.

La porta della  chiesa, di giorno, era sempre aperta. Quella centrale con la scalinata su via Cairoli e quella laterale su via Sigismondo. Sui gradini all’ingresso, che fungevano da pista, si giocava con gli “stampini”, i tappi delle bibite, tanto più preziosi quanto più rare le bottiglie, imbottiti di foderini di sughero; si tiravano con lo scatto del dito medio sul pollice, nel percorso delimitato dagli scalini, la difficoltà era rappresentata dal passaggio dallo scalino più alto a quello sottostante, un’operazione di grande precisione, ad evitare che lo stampino uscisse dalla corsia, con le conseguenti penalità. Era un gioco prettamente maschile e le bambine erano ammesse solo quando necessarie alla coppia di sfidanti.

Ogni tanto si affacciava il prete per chiamarci alla “dottrina” o alla messa vespertina e, dopo qualche tentativo di ignorare l’invito, le bambine specialmente, entravano in chiesa. Dominustecum, sicutincielo, orapronobis, seculaseculorum… espressioni, spesso storpiate, imparate ad “orecchio” e  di cui non capivamo il senso ma ripeterle ci rendeva partecipi del mondo degli adulti. Non eravamo in grado neppure di cogliere il valore artistico  degli affreschi e della statue non solo per i limiti legati alla nostra età ma per quelli culturali delle nostre famiglie.

La maestosità degli spazi, il rigore del silenzio, la severità degli sguardi dei santi dipinti sulla volta  trasmettevano, comunque, la chiara percezione della particolarità del luogo, sospeso in una dimensione senza tempo, rassicurante, protettivo e, nello stesso tempo, inquietante per noi bambini che, sentendoci raccontare le storie di peccatori malvagi  o dell’inferno, cercavamo di misurare la portata dei nostri peccati: disubbidire, rispondere alla mamma, suonare i campanelli della case… Non meno forte la suggestione dei racconti sui miracoli che facevano breccia soprattutto sui bambini che vivevano situazioni difficili nella famiglia. Un Dio che punisce i cattivi, anche se non subito e che “vede e provvede” per i buoni… arriva dritto al cuore di un bambino. Almeno ai bambini degli anni ’50.

La chiesa di Sant’Agostino, di fatto, è stato il mio asilo infantile. Seduta sugli scalini osservavo e dominavo l’andirivieni di Via Cairoli, via di snodo tra il Mercato Ambulante e la Pescheria e percorso d’accesso agli uffici comunali. Pochissime la macchine: qualche “giardinetta” o millecento… più evidenti, in mezzo la strada, i “segni” lasciati dai cavalli che trainavano le  carrozze ancora in circolazione, le stesse che, dalla stazione, portavano in giro i turisti, riconoscibili dal grembiule blu o grigio i garzoni di bottega che facevano le consegne in bicicletta. All’edicola di fronte si avvicendavano soprattutto le donne che, fatta la spesa, si concedevano qualche chiacchiera e l’acquisto di un giornale che dispensava più sogni che notizie: Grand-Hotel, Intimità, Confidenze

Sull’angolo tra via Cairoli e Via Sigismondo c’era un venditore ambulante di dolciumi: caramelle, liquirizie, carrube, bastoncini di zucchero colorato… caldarroste in autunno, “palle di ghiaccio” in estate, versate direttamente nel bicchiere portato da casa.

Ma non di meno era il tempo che passavo all’interno della chiesa. La penombra debolmente contrastata dai lumi e dai ceri, non mi turbava: ero abituata al buio della casa dove l’unica lampadina a basso voltaggio, alimentata allora con energia a 125,  si accendeva solo lo stretto indispensabile.

Le “signorine” che facevano dottrina erano gentili, gli inni cantati creavano un’atmosfera particolare che accomunava le persone a prescindere dall’età e dal ceto. So intonare, ancora oggi, per intero ed in latino, Salve Regina o Adeste Fideles. E lo spettacolo offerto dalla celebrazione dei matrimoni? Il vestito corto,  bianco, il velo, il lancio del riso all’uscita… chi se lo perdeva? Sì, in quella chiesa passava la vita , la morte… tutta la storia, in diretta, di via Cairoli.

Eppoi anche i genitori comunisti passavano sopra all’orario se alla domanda “duccè stè fin adess?” si rispondeva: “in chiesa”. Perché, la chiesa, spesso criticata o percepita distante…comunque c’era. E  anche il senso religioso tanto che il rituale legato ai sacri eventi, veniva trasferito all’esistenza terrena.

Quando il sabato, vigilia di Pasqua, si scioglievano le campane legate il giovedì, giorno della Crocifissione, si incitavano i bambini piccoli a fare i primi passi. C’era la convinzione che per effetto della ricorrenza della Resurrezione, i bambini imparassero più facilmente a camminare! Anche il mal tempo che, talvolta, precedeva la domenica di Pasqua, veniva attribuito allo sdegno divino, un segnale inconfondibile che caratterizzava la “stmena ad passion”. Un misto tra devozione e superstizione.

E’ che per i poveri, non solo di mezzi economici, era naturale cogliere il senso divino dai segnali terreni.

Buona Memoria,
Grazia Nardi

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