Il Battesimo

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A Rimini – quasi contemporaneamente ad altre città del litorale adriatico – è toccato l’onore del primo urto tedesco.
Ciò non sarebbe avvenuto se i nostri avversari fossero un popolo civile e leale. In tal caso avrebbero atteso lo spirare delle 24 ore, non si sarebbero presentati innanzi alla nostra città travestiti con la nostra bandiera; non avrebbero cannoneggiato che i ponti o, al più, la stazione ferroviaria.

Noi lamentiamo l’unica vittima, lamentiamo le altre delle città sorelle; ma siamo lieti che il primo atto di ostilità sia stato, per i nostri nemici, più che inutile: vergognoso. Ci inchiniamo – intendiamoci bene – al loro ardimento. Ammettiamo che fosse atto d’audacia uscire dalle loro tane anche quando, non avendone essi ancora il diritto, era prevedibile che non lo facessero. Ma l’ardimento non può giustificare l’assassinio. Essi stessi si sono incaricati di dimostrare all’Italia e al mondo due verità ormai inoppugnabili: 1. di essere perfettamente degni dei valorosi ma vilissimi massacratori di donne e di bambini che, nel Belgio, si sono coperti di eterna infamia;
2. di essere, per la nostra sicurezza, indispensabile il possesso dell’altra sponda. Se infatti la guerra, che abbiamo desiderata pur deprecando idealogicamente ogni lotta violenta, si fosse svolta in condizioni per noi assai meno favorevoli, se – anzichè poter sfidare – fossimo stati assaliti all’improvviso e magari in conseguenza di qualche nazionale catastrofe, come avremmo potuto limitare la durata e impedire il rinnovarsi di bombardamenti del genere di quello memorando del 24 maggio 1915?

Battesimo di fuoco. Prime vittime che comprovano ancora una volta, pur nella immobilità tragica dei corpi stecchiti, la secolare barbarie del nostro eterno nemico. Non sono, infatti, i primi caduti, soldati o marinai. Sono borghesi inermi, sono donne, sono fanciulli.
Ingenui don Chisciotte della cortesia, permettemmo l’esodo degli spioni, preavvisammo contro ogni pratica convenienza il nostro primo colpo di fucile. Ma ci rimane il canto di aver riaffermata la nostra superiore civiltà romana; ma, di fronte al barbaro sterminatore di innocenti, il popolo nostro ha data impreveduta e bellissima prova di calma dignitosa: in più di un luogo è avvenuto, che al rombo dei colpi, dalle spiagge affollate come per uno spettacolo, si rispondesse col grido di viva l’Italia?
Lo stesso grido che ovunque eccheggiò sotto un nuovo, moltiplicato sventolio di tricolori immediatamente dopo l’avvenimento. Ovunque. Anche ove il neutralismo aveva più radicate radici. Non è il caso, in quest’ora di concordia nazionale, di riaccendere polemiche. Ma è lecita la constatazione che molti, moltissimi, furono i convertiti dalle prime palle di cannone. Perchè? Supponiamo, appunto per la coscienza, imposta dalla violenza brutale, della poca sicurezza attuale del mare nostro; della irreducibile barbarie della razza nemica.

Dobbiamo, quindi, quasi rallegrarci, malgrado i lutti dolorosissimi, che il primo avvenimento dell’ultima guerra d’indipendenza abbia servito a meglio raccogliere in un unico intento i figli d’Italia.
Si facciano essi onore entro i confini con calma, generosa, sapiente generosità civile. Affermino essi nelle terre conquistate non solo il valore, ma la superiore civiltà romana: i lusinga la fede sicura che non uno degli obbrobriosi episodi di crudeltà che insozzano le bandiere nemiche sia per macchiare la nostra…: il vessillo tricolore sventolerà nelle terre nostre riconquistate e fors’anche altrove. Ma, ovunque e in ogni caso, per la giustizia e per la libertà, contro l’oscurantismo e la barbarie. E, se pure piantato in campi insanguinati, sarà sengnacolo e promessa di pace nel diritto.
Con la guerra, guerra alla guerra!

Il Momento
29 maggio 1915

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