Il Riminese

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Perché il riminese ha questa convinzione, questo concetto che la città sia sua e che quindi può fare quello che più gli aggrada.

Le sa le cose, non è mica ignorante. Solo che è convinto che non riguardino lui. Capisce il significato della parola “ciclabile” ad esempio, ma non ritiene necessario che l’averla attuata comprenda anche l’obbligo di usarla.

Percorrerà sempre il lungomare pedalando verso il porto utilizzando l’asfalto per andare più veloce o il marciapiede se gli verrà lo sghiribizzo di guardare meglio il mare o i fighini.

E quando deciderà di passare sul marciapiede opposto, il riminese, in bicicletta sulle strisce pedonali, si infurierà, imbestialito contro gli automobilisti che ignorano la precedenza. E questo atteggiamento ovviamente, seguendo la natura del riminese, si invertirà naturalmente non appena lasciato il manubrio per il volante.

Il rispetto del riminese per le ciclabili sembra essere direttamente proporzionale alla loro incoerente ideazione. Talmente astrusa, a volte, che proprio ti sfida a ignorarla. Per andare al mare evitando i semafori (che tanto il riminese in bicicletta ritiene che non lo riguardino) io ho sempre percorso il marciapiede di sinistra di Viale Principe Amedeo, il cosiddetto viale delle ville dei “signori”. Che bisogno c’era di dividerlo a metà per tracciare una piccola ciclabile? Ovvio che da quel momento io non l’ho percorso più, e nemmeno quello gemello sul marciapiede opposto. Preferisco la strada.

E qui devo dire, in effetti, di averlo sempre preferito, questo viale, nel periodo da settembre a ottobre. Un doppio filare di ippocastani gli fa corona e l’asfalto si riempie di ricci spaccati e castagne matte. Se con la ruota anteriore riesci a pizzicarla appena appena la castagna schizza via fino all’altra parte della strada, a volte con un ripagante tonfo sulla carrozzeria di un’auto parcheggiata. Cosa che fa il paio con quelle che, per la forza di gravita, è l’albero a sganciare dall’alto.

Ma non divaghiamo.

C’è una strada che porta al fiume, muore contro l’argine e commander du cialis il traffico è scarso. Su una strada adiacente c’è una scuola ma ci si arriva con un senso unico e da lì un altro senso unico ci riporta indietro un po’ più avanti. E’ stata realizzata qui una delle prime ciclabili cittadine. Sul lato sinistro che porta al fiume ci sono quattro palazzoni separati dalla strada da una zona alberata interrotta da quattro passaggi asfaltati per raggiungere i parcheggi a raso e quelli interrati. Sull’altro lato sfociano sei strade cieche e una trentina fra passi carrai e cancelli delle abitazioni.

Non vi sto nemmeno a dire da che parte è stata realizzata la ciclabile.

Da bravo riminese che per un po’ è vissuto a Bologna un giorno mi aggiravo in piazza Maggiore con brevi e lente pedalate, guardandomi intorno. Mi si avvicina un vigile che molto urbanamente mi ricorda che mi trovo all’interno dell’isola pedonale. Lo guardo in tralice esclamando:

– Lo so magari. Infatti sono in bici!

E quello, serafico, quasi mi avesse letto nel pensiero che ho frequentato le scuole alte, domanda:

– E secondo lei cosa significa “pedonale”?

Scesi dalla bici, senza aggiungere altro.

Inutile mettersi spiegare a un bolognese una cosa tanto ovvia.

C’è poi un’altra ciclabile, vicino all’Arco d’Augusto, afflitta da una sindrome di doppia personalità. Su un lato si aprono due vie di collegamento e sull’altro nessuno. Scegliere il lato su cui realizzare la ciclabile qui era talmente difficile che nell’indecisione ne partono due, una per lato. Però poi ci deve essere stato un ripensamento perché quella di destra, dovendo attraversare il sagrato di una chiesa per proseguire, era chiaramente in peccato mortale, e quindi l’hanno schiantata prima.

Dalla parte opposta prosegue fino all’incrocio con via Tripoli, stretta tra marciapiede e auto parcheggiate e quando un passeggero apre la portiera dalla parte del marciapiede, senza guardare, fa muro.

D’altra parte il riminese è padrone indiscusso del marciapiede. Così quella volta che sono andato ad Amburgo insieme a undici amici riminesi, ci siamo meravigliati della larghezza dei marciapiedi in quella città. A noi andava bene perché così potevamo camminare fianco a fianco e chiacchierare: restare dietro voleva dire non partecipare ai discorsi. Nessuno aveva fatto caso alla bicicletta stilizzata che compariva ogni tanto disegnata sull’asfalto anche se io ero incuriosito dal fatto che il selciato fosse bicolore. Un sospetto si agitava dentro di me, ma prendevo la cosa con un grano di sale perchè si sa, il riminese slalomeggia.

Il tugnino no.

Noi con la bici siamo abituati a infilarci in velocità dovunque, driblando borse, passeggini e passanti. Il crucco no. Ha un cordellino nel pensiero che tira e non gli permette di uscire dal colore. E allora scampanella, bestemmia, frena, bestemmia di nuovo e riparte quando i riminesi davanti a lui si fanno da parte per dargli spazio e col dito medio gli fanno cenno di passare. Una cortesia dovuta visto che siamo nella sua città ma intanto misuriamo con gli occhi immaginari paletti da slalom calcolando una traiettoria che gli avrebbe facilmente permesso di superarci senza rompere le scatole.

Dopo tre giorni però avevamo capito che in Germania le ciclabili erano ritenute una cosa seria, tutte nella loro bella sede divisa e protetta dal traffico automobilistico, e con privilegi superiori. Lì è l’auto a dare la precedenza e ad aspettare, tanto l’automobile mica fa fatica a ripartire. Mentre noi abbiamo quel vezzo di far morire la ciclabile a un incrocio e costringere chi la percorre a cercare il passaggio pedonale più vicino, attraversarlo, tornare verso la ciclabile e ripartire.

Senza ricordare che se le strisce non sono disegnate su un fondo rosso sono davvero pedonali e il ciclista deve scendere e spingere il mezzo a mano. Quindi non mi sorprende affatto che il riminese non usi le ciclabili.

Ma dopo quei tre giorni, perché il riminese, ricordiamolo, è lulone, c’era sempre chi urlava a sorpresa “ciclabile!” per vedere gli altri saltare via come tappi di spumante nella convinzione di trovarsi sulla traiettoria di un missile teutonico, protesta in bocca, dito sul campanello e ciapetto d’ordinanza e tener aderenti i calzoni.

Al riminese le ciclabili in fondo servono a poco e, anche se non sono mai il tragitto più corto per raggiungere la meta prefissata, continuiamo a costruirle, tanto le paghiamo coi fondi europei! Però il riminese la bici la usa ed è soddisfatto del fiorire dei cartelli di segnalazione a cui legare il proprio mezzo. Perché il riminese è un cittadino modello, dotato di un senso civico superiore, per cui invece che chiudere la bici col catenone lui difende dai ladri anche il palo. Fateci caso. In centro non si trova un palo che non sia protetto!

La ciclabile è anche un ottimo parcheggio volante per i pochi minuti necessari a prendere al volo un caffè o aspettare che siano pronti i cassoni o la piada, che tanto sono già stati ordinati (e che non sono mai pronti).

Perché il riminese è furbo, convinto di essere così al di sopra delle leggi, ma così tanto in alto che nemmeno si riesce più a vederle. Il suo problema è che continua a eleggere sindaci riminesi, che però, essendo furbi anche loro, rendono il tutto una gara dura.

Per cui abbiamo barriere all’ingresso dei parchi per evitare che il riminese ci entri con lo scooter, fino a che, naturalmente, non ci inventeremo una motoretta snodabile.

Perché il riminese è camaleontico, arrogandosi il diritto di transizione e transito indipendentemente dal mezzo usato: gambe, bici, auto, moto. Piedi.

Prima passa lui, ovvio, ed è un precetto inequivocabile, testato su me stesso.

Delle volte mi sento un po’ meno riminese, mi sorge il dubbio di essere un po’ provinciale, poco europeo, e allora penso che sarebbe meglio affidare la realizzazione delle nostre ciclabili ai tedeschi, tutto raziocinio, o agli americani, tutto scenario e coreografia. Ma poi ci penso bene e decido che è meglio di no. Fra tutti e due già ce l’hanno rasata una volta questa città.

Meglio se ci teniamo i nostri marciapiedi.

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