La Radio negli anni Cinquanta

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Photo by Jacques

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Ancor oggi se voglio gustare ogni sfumatura di una voce, di un suono musicale o canoro, devo chiudere gli occhi ed evitare ogni distrazione provocata dalle immagini. In questo modo mi è possibile cogliere l’impostazione, la varietà dei toni vocali, la gravità, la leggerezza… fino ad arrivare all’età, al sesso dell’emittente.
Capita anche coi films… dalla colonna sonora che accompagna i titoli di testa, ascoltata da una stanza diversa da quella di proiezione, si può indovinare il genere: commedia, western, musical, comico, giallo, drammatico, storico, cappa e spada, ecc.. e anche la qualità del film. Difficile che un buon film abbia una musica poco avvincente.

E’ l’orecchio sviluppato di chi, come me, è cresciuto con la radio di casa. Radio Marelli o Radio Geloso, quella ad incasso di legno, con due manopole: una per la ricerca delle “stazioni” e una per regolare il volume.

Più che un elettrodomestico era un mobile, con sopra il centrino, la statuina di gesso ed il suo “odore” emanato dal surriscaldamento delle valvole. Ho avuto anche radio senza incasso, con le valvole e l’altoparlante in bella vista..le realizzava mio zio Gino, radioamatore e operatore al Cinema Sant’Agostino e al Cinema Italia, entrambi in Via Cairoli. Nel primo proiettavano film western, ogni anno gli stessi, quelli con la pellicola sbiadita orlata di giallo, tutta la serie di David Crockett, di Jerry Lewis e Dean Martin… le pellicole erano talmente vecchie che spesso facevano “il quadro”… si bloccavano sullo schermo. Gli spettatori, anche loro sempre gli stessi, s’imbufalivano “dai Gino nu fa è pataca”. Era che lo zio durante la proiezione, riceveva la ”morosa” di turno e, diversamente impegnato, non si accorgeva del “quadro.” Ecco perché mi faceva bussare quando, nei pomeriggi, gli portavo la merenda.

Al Cinema Italia arrivavano, di seconda mano, i “filmoni” che avevano avuto la “prima” al Supercinema (Savoia) all’Eliseo, al Fulgor: I dieci comandamenti, Rocco e i suoi fratelli, la Dolce Vita. Era l’epoca d’oro. Nelle sale si proiettava quattro volte al giorno, nel pomeriggio alle 14,30 e alle 17 e la sera alle 20,40 e alle 22,30. Tra una proiezione e l’altra veniva trasmesso “film Luce” … una sorta di notiziario edulcorato, in bianco e nero che riportava gli avvenimenti d’attualità con la voce fuori campo di Renato Turi, attore, doppiatore e, per l’appunto, personaggio radiofonico.

Ma era la radio a suggellare l’autenticità delle notizie: “T’è sintì cus chiadet ma la radio?”L’è véra, i l’ha dét ma la radio!”. Per questo, forse, si ascoltava con un rispetto quasi reverenziale, soprattutto da parte degli uomini, gli unici che, rientrati dal lavoro, potevano permettersi di ascoltare le trasmissioni, seduti davanti come se, al posto del mobile parlante, ci fossero le persone in carne ed ossa. Il Giornale Radio, il Bollettino dei Naviganti… erano momenti quasi solenni, i bambini venivano zittiti (sta zet ch’eè bà l’è ma la radio), le donne smettevano i lavori di casa più rumorosi… anche perché i mobili della cucina erano scarsi e i tegami venivano impilati uno dentro l’altro per cui, togliendone uno dal mezzo della pila, il più della volte cascavano tutti. E l’ora esatta, la vera ora esatta, era quella annunciata dall’Uccellino della Rai.

Per le donne la radio era un’occasione di rivincita, compensavano, con l’ascolto, l’estraniazione dal resto del mondo. I personaggi radiofonici animavano le “chiacchiere” del pomeriggio, finite le faccende. Era il momento del caffè, quello di Giovannini, magari corretto col mistrà tenuto nel bottiglione quando i soldi lo permettevano o della Vecchina (il surrogato) così chiamata per l’immagine della vecchia dai capelli bianchi che appariva sul sacchetto della confezione. La radio creava il sottofondo e offriva gli argomenti.

I cantanti, alla radio, si esibivano dal “vivo” accompagnati da orchestre di alto livello. Ogni maestro: Cinico Angelini (quello di “C’è una chiesetta amor”), Riz Ortolani, Armando Fragna…aveva la sua sigla di apertura e la sua squadra di cantanti. Tra gli ascoltatori si erano create le fazioni sostenitrici di Nilla Pizza e Carla Boni. La prima classica all’Italiana, le seconda già genere swing. Carla Boni sposò Gina Latilla che, pare, avesse una passione per Nilla Pizzi mentre Katina Ranieri, si diceva, avesse lasciato marito e figli per Riz Ortolani, Tonina Torielli, detta la Caramellaia per il precedente lavoro di operaia, replicava, con scarso successo, Nilla Pizza, Flo’ Sandos, moglie di Natalino Otto anticipava i ritmi “americani”. Fazioni anche per i sostenitori di Claudio Villa e Luciano Tavoli. Più netta la resistenza delle casalinghe verso i cantanti cosiddetti confidenziali: Fausto Cigliano, Yula de Palma, considerati “poco dotati” dal punto di vista canoro.

La radio era il contatto con il mondo esterno che, per la mancanza di immagini e di cronache fedeli, continuava ad essere un mondo di fantasia. Cantanti, attori, venivano “immaginati” sulla base delle sensazioni suscitate dalla voce. Ricordo la voce calda, suadente di Neil Sedaka. Lo pensavo simile all’attore “bello” dei film americani in bianco e nero, da William Holden a Robert Taylor. Me lo sono ritrovato, in foto, basso, stempiato e impomatato, con un sorriso prestampato tipo uomo da “banco”, gli mancava solo la penna dietro l’orecchio.

La sera, dopo cena, ci si riuniva (le donne) attorno la radio ad ascoltare le “commedie”. Erano rappresentazioni dei classici della letteratura e drammaturgia italiana ma anche inglese e russa: da Cime Tempestose a Delitto e Castigo. Tutto era affidato al suono, compresi in rumori del vento in tempesta, degli zoccoli dei cavalli che venivano riprodotti da un “rumorista”. Le voci prevalenti erano quelle di Nando Gazzolo, Anna Miserocchi, Paolo Stoppa e Rina Morelli.

Durante il pranzo si ascoltava Radio Capodistria quella della musica “dedicata” per compleanni e anniversari e dove ricorrevano i “classici” (Mamma), il folklore (Romagna Mia) e gli inni politici (Bandiera Rossa). E poi c’erano le trasmissioni di “compagnia” a partire da “Sorella Radio” che veniva presentata da Silvio Gigli, in diretta dai Sanatori di tutta Italia. La penicillina, portata dagli Americani, era arrivata in Italia da poco e la tbc non era ancora stata debellata. I ricoveri in Sanatorio, quando andava bene (nel senso che si riportava a casa la pelle) duravano mesi e le visite, per infondati timori di contagio, erano scarse… anche (soprattutto) da parte dei familiari.

La radio era anche un indicatore dell’umore che aleggiava nella casa: “smorta la radio ch’è bà l’ha è nervos”. Quando “girava bene” si alzava il volume delle canzoni e le donne sovrapponevano, a quella dei cantanti, la loro voce… Ognuna apprendeva, così, parole e giusta intonazione, di tutte le canzoni preferite e le voci uscivano dalle finestre aperte, riecheggiando nelle strade. Fenomeno, oggi, completamente scomparso.

Quando la voce s’inceppava (u s’inchenta!) o si manifestava qualche guasto nel funzionamento, raramente l’apparecchio veniva portato dal tecnico (il servizio domicilio era di là da venire). Il rimedio più efficace era una botta (manata o pugno). Di solito funzionava.

Oggi si potrebbe tentare con il televisore, magari per ottenere l’effetto opposto.

Buona Memoria,
Grazia Nardi

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