La vita tra due fiumi

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I ricordi, se esplorati, possono divenire un fiume in piena. Spesso, passeggiando per i Borghi della mia città, quelli che ancora hanno mantenuto un che di autentico, mi trovo a rivivere i momenti passati e le situazioni, evidentemente felici, che hanno lasciato il segno e che meritano di essere ricordati, com’erano. La vita, allora, aveva tempi diversi ed era tutto più lento. La settimana non era subito… venerdì; viceversa, quando si andava a scuola, il venerdì non arrivava mai.

Un fiume in piena, dicevo, e nel dirlo mi è venuto in mente l’Ausa prima che gli facessero il funerale (con tutti gli onori e i vantaggi igienici ed estetici per la collettività, certo, ma sempre funerale è stato quando lo hanno tombinato). Povero fiume, completamente sotterrato! Rappresentava per noi di Marina il margine oltre il quale ci si disperdeva e si usciva dal proprio microcosmo quotidiano. Ci sentivamo protetti e immuni da tutto, “chiusi” dai due fiumi riminesi: l’Ausa, appunto, e il Marecchia. Credo di aver percepito in più occasioni il senso di assoluta sicurezza che si era costruito Pandolfo Malatesta, dentro la sua rocca inviolabile e circondato da un ulteriore fossato pieno d’acqua. La vita tra due fiumi (per noi allora, la Rimini del Lido era solo questa) non era proprio tranquilla: i due corsi d’acqua erano, infatti, piuttosto minacciosi e instabili, perché capitava spesso che uscissero dagli argini con le piene e allora… arrivava il panico, il si salvi chi può! Alcune ville nella zona del Grand Hotel, le più antiche, hanno infatti mantenuto le recinzioni con terrapieni e muri (come Villa Baldini), proprio per arginare (o tentare d’arginare) le frequenti fiumane di Marina Centro.

L’Ausa, in particolare, scorreva vicino a casa mia e quando tracimava (e lo faceva spesso) causava innumerevoli disagi; questi piccoli grandi cataclismi rionali sono avvenuti regolarmente sino a poche decine di anni fa, ovvero sino alla menzionata “tombinatura” del corso d’acqua realizzata tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento.

Usando un’allegoria, diciamo che il Marecchia poteva rappresentare il grande fiume che ricordava una persona anziana e abbastanza giudiziosa, l’Ausa, invece, era un torrentello-ragazzino dispettoso ed imprevedibile che guardavi con sospetto timoroso per quello che avrebbe potuto causare da un momento all’altro. L’Ausa infatti era un fiume abbastanza piccolo, ma turbolento, profondo e sempre un po’ agitato. Una volta – abitavo in viale Cormons – mi sono svegliata circondata da un’alone verdognolo (evidentemente causato dal riflesso dell’acqua sulle case vicine) e uno strano e inquietante silenzio, simile a quando faceva la neve… ma la neve, data la stagione, non poteva certamente essere. Ad un certo punto decisi ad alzarmi e scoprire cosa stava succedendo, quando all’improvviso il silenzio venne interrotto da una serie di voci concitate che poi ho scoperto essere quelle dei pompieri: diedi un’occhiata dalla finestra… sembrava di essere a Venezia! L’Ausa nella notte era tracimato e aveva invaso tutto il quartiere. L’acqua era veramente alta e i pompieri stavano “traendo in salvo”, come direbbero i comunicati ufficiali, la Lucia, una vecchina che abitava di fronte a casa mia; per me, che nei momenti di preoccupazione tendo a sdrammatizzare concentrandomi sul lato comico delle cose, è stato esilarante vederla arrancare sul gommone tra due pompieri equipaggiati in modo fantascientifico. Anche questi ricordi a cavallo tra dramma e farsa rappresentano l’indimenticabile infanzia dei ragazzi di allora.

Eh si, anche l’Ausa era traditore: chi lo direbbe, oggi? A quei tempi usciva incontrollabile dal ponte bianco in cemento vicino al Nettuno e, finalmente, finiva la sua corsa nel mare. Ai margini erbosi e parecchio scoscesi, quindi pericolosi (mia mamma non voleva neanche che mi avvicinassi) si alternavano, a seconda dei compiti assegnati a scuola, quelli della banda dell’Ausa: ragazzini che combattevano, in caso di necessità e provocazioni, con fionde o bastoni contro altri gruppi che invadevano il loro territorio.

E sull’Ausa rimaneva poi la pila dei batéc i per il Grande Giorno, che rappresentava l’apoteosi delle risse e della competizione: la grande presidiata e protetta Fogheraccia di San Giuseppe!
Ma questa è un’altra storia…

Daniela Della Bartola

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