Quando i terroristi eravamo “noi”

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Premettiamo che siamo certi di aver turbato a priori l’animo dei lettori con il titolo di questo post, ma nei tempi del ritorno del “terrore” di matrice straniera e religiosa è facile che emergano anche rigurgiti razzisti più o meno velati da xenofobia e ostracismo indiscriminato; con questo racconto vogliamo semplicemente segnalare e ricordare che la Storia, se affrontata senza coscienza e in modo superficiale, è destinata inevitabilmente a ripetere i propri errori.

Giovedì 16 settembre 1920 (data che oggi appare piuttosto inquietante) a New York è una giornata frenetica, soprattutto nel distretto finanziario di Wall Street. Il “venerdì nero” è ancora lontano e al numero 23 della strada, proprio all’incrocio con Broad Street, sorge la sede della J.P. Morgan & Co. Il luogo è talmente centrale e rinomato da essere stato ribattezzato confidenzialmente the Corner (“l’angolo”): il palazzo che sorge sull’intersezione, al numero civico 23 e costruito nel 1913 in forma neoclassica e pomposa, non presenta alcuna insegna esterna ma è conosciuto da tutti come “la Casa dei Morgan“.

Gli effetti dell'esplosione. Fonte: Wikipedia

Gli effetti dell’esplosione.
Fonte: Wikipedia

Poco dopo le ore 12, orario in cui la strada è particolarmente congestionata, si avvicina un carro trainato da un cavallo e condotto a mano da un uomo: nessuno sa che all’interno del cassone sono stipati 45 chilogrammi di dinamite e 230 chili di pezzi di acciaio collegati a un detonatore. La successiva esplosione polverizza il carro e l’animale, lasciando sul terreno 38 morti – buona parte dei quali deceduti sul colpo – e 143 feriti gravi: tra essi ci sono soprattutto giovani garzoni, commessi, stenografi e brokers. La bomba causa anche un danno materiale di circa 2 milioni di dollari dell’epoca, devastando palazzi, automobili e altri carri ma, soprattutto, la Casa dei Morgan. J.P.Morgan, che nel 1919 è già sfuggito per pura fatalità a un pacco bomba, quel giorno si trova a Londra e anche i suoi due soci principali, Thomas W. Lamont e Dwight Morrow, che in quel momento si trovano in una zona posta sul retro dell’edificio, ne escono indenni. William H. Remick, presidente della New York Stock Exchange (la Borsa di New York) che sorge proprio sull’altro lato della strada, decide di interrompere immediatamente le contrattazioni dopo solo 1 minuto dallo scoppio per evitare che si diffonda il panico.

Le indagini vengono affidate al BOI, ovvero il Bureau Of Investigation, che negli anni diverrà il ben più noto FBI. Nei primi momenti viene esclusa la pista terroristica: l’alto numero di morti civili e l’assenza di un obiettivo specifico, spingono gli investigatori sulla pista del tragico incidente e vengono presi in considerazione soprattutto i commercianti e i trasportatori di esplosivo. La decisione del Governatore e della Borsa newyorkese di riaprire il giorno successivo, previa approfondita e intensa pulizia dell’area, eliminerà comunque involontariamente molti indizi potenzialmente determinanti per una rapida individuazione dei colpevoli.

L’attentato, definito dal New York Times “un atto di guerra“, appare immediatamente il più grave avvenuto nel Paese (e lo rimarrà sino al cosiddetto massacro della Bath School del 1927, che causerà 45 morti). Gli Stati Uniti sono sotto shock e la Camera di Commercio di New York City chiede al Governatore l’invio di truppe per prevenire altri attacchi.
Vengono indagati il tennista Edwin P. Fischer, che ha spedito agli amici alcune cartoline raccomandandosi di stare lontani dall’area di Wall Street il giorno 16 settembre (ma si scoprirà che il personaggio ama spedire spesso bizzarri messaggi e verrà poi rinchiuso in manicomio) e si cerca di rintracciare il maniscalco che ha ferrato il cavallo, che viene interrogato settimane dopo senza che riesca a fornire indicazioni utili.
Si ipotizza anche il coinvolgimento dei sovietici, dell’Unione dei Lavoratori e del Partito Comunista degli U.S.A (ipotesi poi smentita definitivamente nel corso dei decenni successivi, attraverso verifiche articolate istituzionali).

Le indagini si concentrano, quindi, sulla pista anarchica nel momento in cui viene rinvenuto, in alcune cassette in Cedar Street, un volantino scritto in rosso con la scritta REMEMBER / WE WILL NOT TOLERATE / ANY LONGER ! / FREE THE POLITICAL PRISONERS / OR IT WILL BE / SURE DEATH FOR ALL OF YOU, firmato American Anarchist Fighters. La posizione belligerante del movimento anarchico statunitense dell’epoca, coinvolto in numerosi attentati dinamitardi lungo tutti gli Stati Uniti e composto soprattutto da immigrati italiani, è causata principalmente dalla rigidità della nuova legge sull’immigrazione (New Immigration Act, 16 ottobre 1918) che prevede “…la deportazione e l’espulsione dagli Stati Uniti d’America di qualunque straniero membro di gruppi anarchici e analoghi“. In particolare, la frase “FREE THE POLITICAL PRISONERS” (liberate i prigionieri politici) del volantino, secondo il direttore del Bureau William Flynn si riferisce ai detenuti Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti; proprio 5 giorni prima, infatti, ovvero l’11 settembre (!) Sacco e Vanzetti erano stati incriminati per omicidio in occasione della rapina di South Brantree del 15 aprile precedente.

E qui entra in gioco Mario Buda, nato a Savignano sul Rubicone nel 1884.

Mario Buda Fonte: Wikipedia

Mario Buda
Fonte: Wikipedia

Mario, emigrato negli Stati Uniti nel 1907 e conosciuto anche con lo pseudonimo di Mike Boda, alterna umili mestieri manuali prima di diventare calzolaio artigiano. A causa della precarietà del mestiere, della grave miseria e della nostalgia di casa decide di rientrare in Italia nel 1911 per lavorare con il padre, ma torna in America nel 1913 trasferendosi a Roxbury, nella periferia di Boston, dove vive una consistente (e fervente) comunità di romagnoli prevalentemente e inevitabilmente anarchici. Abbraccia così progressivamente le idee di Luigi Galleani (nato a Vercelli nel 1861 e fondatore, negli Stati Uniti, del periodico anarchico in lingua italiana Cronaca Sovversiva, che lo farà espellere dagli USA nel 1919) unendosi al gruppo in cui militano gli stessi Sacco e Vanzetti, vicino anche a quell’Errico Malatesta, ovvero l’anarchico più ricercato del pianeta nonché pronipote dei “signori di Rimini” da cui ha ereditato il titolo di conte (al quale rinuncia).
Bisogna sottolineare che il movimento anarchico italiano dell’epoca negli Stati Uniti, diffuso soprattutto sulla Costa Orientale dove sorgono industrie caratterizzate da manovalanza italiana, incarna un massimalismo anarco-comunista radicale nemico del socialismo e del riformismo; lo stesso Galleani, sulle pagine della propria rivista, propone il rovesciamento del sistema capitalistico e dell’ordine costituito attraverso qualsiasi mezzo, attentati e assassinii compresi, soprattutto contro istituzioni e magistrati.

Alla notizia dell’incriminazione di Sacco e Vanzetti Mario torna precipitosamente a New York City: secondo le conclusioni del Bureau, dopo soli 4 giorni affitta un cavallo e un carretto, lo riempie di esplosivo e chiodi, lo trasporta davanti alla Borsa e lo fa esplodere con un congegno a tempo. Poi si rifugia a Providence e si fa rilasciare dal Consolato italiano un passaporto a nome Mike Boda, grazie al quale riesce a rientrare in Italia su una nave battente bandiera francese. Due mesi dopo è di nuovo in Romagna, a casa, dove si impegna in strenue campagne per la liberazione dei due anarchici.

La persecuzione italiana non è da meno di quella oltreoceano: gli “americani”, ovvero gli anarchici rientrati in patria, vengono scovati uno a uno grazie alla politica repressiva attuata da Giolitti prima e da Mussolini poi; sotto il fascismo vengono spediti al confino, che vedrà Buda a Lipari e, successivamente, a Ponza; in questi anni, più volte interrogato dai giornalisti, Mario continua a negare qualsiasi addebito in merito alla strage del 16 settembre 1920.

Dopo quattro mesi trascorsi a Ponza, Mario si reca per due mesi in Svizzera “come infiltrato nei gruppi antifascisti” (secondo la relazione della Polizia), probabilmente più per evitare ulteriore confino che per svolgere una reale attività delatoria. Al termine di questo periodo torna definitivamente nella sua Savignano e riprende a fare il ciabattino.

Mario Buda muore nel 1963. Non sapremo mai se, come affermano le autorità investigative americane, un romagnolo è stato effettivamente l’unico responsabile di un atto criminoso così drammatico da rappresentare, sino all’11 settembre 2001, l’attentato “politico” di matrice straniera più grave accaduto su suolo statunitense.

BIBLIOGRAFIA:

  • Gian Antonio Stella, “L’orda – quando gli albanesi eravamo noi” (BUR Saggi, 2003)
  • Chiara Basso “Un italiano in America: Mario Buda, l’uomo che fece saltare Wall Street” (Università di Provenza, 2001)
  • The New York Times (archivio storico online, disponibile in abbonamento)
  • Wikipedia
2 Responses to "Quando i terroristi eravamo “noi”"
  1. pietrogrossi ha detto:

    Molto interessante!

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