“Mèj magnè na zväla…”

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“Sa che vèć bavós, slà bórsa cl’jariva mi pìd… mèj magnè na zväla…”

“Con quel vecchio bavoso e dagli “attributi” cascanti fino a toccare terra…”
Un’espressione colorita che ho sentito ripetere alla mamma Elsa a commento di certi celebri matrimoni, dove l’anziano ricchissimo sposa la giovane poverella “clà putrìa ès la su anvóda”.

Certo è un giudizio che le viene dalla sua età o meglio dalla sua mentalità formatasi negli anni che furono… ma diciamoci la verità: è una considerazione che almeno una volta abbiamo fatto in tanti, perché è vero che ognuno ha diritto di fare le sue scelte, che l’amore non conosce età, ma lo è altrettanto che non bisognerebbe fare dei sentimenti, una merce, perché, dice sempre la Elsa, “a vurìa vèda se fós un muradór”.

E non è nemmeno moralismo giacché, tra gli altri, le è proprio il detto “dio us na fata una pr’òn pòsta c’an ragnéma”.
È semmai una riflessione basata sulla concezione di vita che, come dicevo, viene da lontano, quando sua mamma, rimasta vedova giovane e bella con tre figli, riusciva a sfamarli lavorando nella fornace: al proprietario del terreno dove era andata a cogliere le erbe, reo di averle rivolto un apprezzamento irriguardoso, quale ricompensa per la gentile concessione con l’aggiunta di qualcos’altro, gli mise la falce al collo.

Non da meno la Elsa che, quando ero ancora, bimbetta mi diceva “tè Grazia nu spóste a và sintì l’opèra” perchè a lei, amante della lirica, il babbo lo aveva sempre impedito; sicchè il suo, nei miei confronti, era un monito a considerare, prima di tutto, la propria libertà, la propria autonomia, che può derivare solo dal lavoro; ecco perché “piutòst c’andè durmì s’un vèć snà per i su sòld, l’è mèj magnè una zväla tót i dè o l’èrba m’un grèp….”

Buona memoria,

Grazia Nardi

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