Nonno Fridèin

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Scritto da Flavia Rizzi –

Vicolo Battarra, adesso c’è il Quattrocento. Dopo la guerra c’erano le botteghe degli artigiani: falegnami, fabbri, tappezzieri.

Mio nonno Alfredo, Fridèin, era uno di loro. Uno di quegli uomini dalle cui mani scarne e segnate nascevano come per incanto cose più grandi di loro, le stesse cose che noi bambini vedevamo già fatte nelle case, e mai ci saremmo immaginati che potessero essere state create dalle mani di quegli uomini silenziosi che vedevamo curvi sui tavoli di lavoro.

Imboccando il vicolo, con il passo incerto di bimba che incespicava sui ciottoli del selciato un po’ sconnesso, mi colpivano i rumori che provenivano da quegli usci dalle porte di legno scuro, e il mio occhio incantato si insinuava curioso dentro quelle stanze per catturare luci, ombre e figure che si muovevano diverse su tavoli e oggetti differenti. Si conoscevano tutti, tra di loro. Ogni tanto si chiamavano da bottega a bottega, apostrofandosi con i loro soprannomi, ridendo e tornando presto alla loro fatica, per non perdere tempo prezioso.

Mio nonno Fridèin era tappezziere. La sua bottega odorava di acre paglia da imbottitura, e il grigio polveroso delle pareti e dei pavimenti contrastava con i riflessi dorati ed i colori vivi delle stoffe. Alcune davvero ricche, destinate ai preziosi salotti delle case dei signori, parevano ostentarsi all’occhio pigro di chi entrava; altre, più discrete, occhieggiavano da dietro i rivestimenti di carta giallastra che le avvolgevano, come volessero nascondersi, per il timore di non essere all’altezza di un impari confronto.

Al muro erano appesi ritagli di giornale e vecchie fotografie di prima della guerra, ricordi di gioventù un po’ ingialliti, ma solo nella carta, e non nella memoria. Fotografie un po’ incurvate dall’umidità, dal cui fondo appannato brillavano gli occhi verdi e intensi di mio nonno. Occhi giovani che non avevano cambiato espressione col tempo, che mi guardavano con benevolenza e amore, e mi concedevano ogni cosa io desiderassi. Il mio gioco preferito era quello di piantare chiodi sul tavolo di lavoro, un’immensa distesa di legno morbido in cui poter affondare i chiodini da tappezziere che il nonno, con pazienza, mi porgeva. Il martello nelle mie piccole mani era più grande di me, ma il legno era docile, e pian piano, di fronte al mio piccolo universo di bambina, non rimanevano più spazi liberi per continuare il gioco. Guardavo quei piccoli cerchi di metallo grigio lucido e mi pareva fossero lì da sempre. Mia madre cercava di farmi smettere, ma lui sorrideva e diceva: “Lasciala fare.”

Era bravo, Fridèin. Per lui il lavoro non aveva colore. Lavorava e basta. Era tanto bravo che Mussolini aveva voluto che rifinisse la sua casa di Riccione. Aveva chiesto a qualcuno di indicargli il tappezziere più bravo della città, e gli avevano fatto il nome di Fridèin. Mussolini, però, mio nonno non l’ha mai visto. Gli lasciavano i cancelli aperti, e lui entrava in questa casa deserta e senza voci, allestiva i tendaggi ricchi e sontuosi che aveva cucito con cura nell’ombra polverosa della sua bottega, finiva il suo lavoro in silenzio e riprendeva la bicicletta per tornare a casa. Chissà se si è mai fatto delle domande, come si sentiva ad essere il tappezziere di Mussolini. Non ricordo che me ne abbia mai parlato, a me lo ha raccontato mia madre. Lui lavorava e basta. E sorrideva.

Nei racconti di mia madre è ancora vivo il ricordo di un giorno, durante la guerra, in cui i tedeschi fecero un rastrellamento tra gli uomini del rione per deportarli nei campi di lavoro. Mio nonno fu catturato insieme ad altri. Venne accompagnato a casa per prendere pochi oggetti personali, e gli fu permesso di pranzare insieme alla famiglia. In silenzio, con due soldati alle spalle, consumava quello che avrebbe dovuto essere il suo ultimo pasto a casa. Un velo di timorosa rassegnazione probabilmente gli offuscava gli occhi. Mia madre, bambina, tremava di paura, capiva che qualcosa di grande stava per accadere, ma forse non comprendeva fino in fondo: aveva soltanto la sensazione di qualcosa di tremendo. Finito il pasto, Fridèin si alzò cupo in viso ma senza tradire emozioni, muto, e si lasciò condurre dai soldati al loro quartiere generale. Qui, un ufficiale burbero li esaminò tutti, uno per uno. Mio nonno aveva una ferita ad una gamba: gliela mostrò. Il burbero ufficiale, uno alla volta, per un motivo o per l’altro liberò tutti gli uomini che erano stati condotti da lui, e mio nonno potè tornare a casa. Se non ci fosse stato quell’ufficiale, forse non l’avrei mai conosciuto.

Fridèin sapeva anche suonare. Ancora poco prima che se ne andasse, mi capitava spesso di incontrarlo agli angoli dei caffè del borgo, alle feste sulla spiaggia, circondato da persone che lo ascoltavano curiose e affascinate. Sentivo da lontano il suono inconfondibile del suo mandolino, le melodie antiche che conoscevo fin dall’infanzia, e correvo a salutarlo, fiera di indicarlo ai miei amici: “E’ mio nonno!”

Quando ero piccola mi raccontava dei giochi che faceva da bambino, di come sapesse costruire una chitarra con un’asse di legno e delle corde, per poter in qualche modo simulare un suono, e immaginare con la sua fervida fantasia da artista melodie segrete che sentiva soltanto dentro di sè.

Adesso i suoi mandolini sono coperti dalla polvere della mia soffitta, e forse non ci sarà più nessuno che saprà liberare nell’aria quella musica che i nostri vecchi si sono portati via con sé, lasciandocene soltanto un vago ma intenso ricordo.

Mio nonno Alfredo, Fridèin, se n’è andato una sera di novembre, ventitre anni fa, mentre cenava da solo davanti alla TV. Pochi giorni prima aveva voluto salutarci tutti, perchè, diceva, sentiva che stava per lasciarci per sempre. Mia nonna era dalla signora di fronte, forse Fridèin ha scelto un momento in cui era solo per non disturbare nessuno. Qualcuno lo ha sentito chiamare. Ma quando hanno aperto la porta, forse era già tardi. Io ero appena partita per un viaggio di lavoro, mia madre mi avvertì che lo avevano portato all’ospedale, non mi disse che già non c’era più.

Ma poco prima di addormentarmi, quella sera, accadde qualcosa: nel bagno accanto alla mia stanza, un rumore improvviso turbò il mio dormiveglia, spingendomi ad alzarmi. Mi affacciai alla porta per vedere cosa fosse stato. Senza un apparente motivo, senza cadere, senza che nessuno lo avesse toccato, un oggetto di vetro era andato in frantumi.

Allora capii, e piansi.

Il nonno, prima di andarsene per sempre, era passato a salutarmi.

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