Parlate riminesi #23

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Photo Raggi © Archivio Storico Chiamami Città

Abbiamo visto che ci sono parlate in cui la ‘ò’ breve ha subito una mutazione, trasformandosi in una vocale che in comune con quella originaria ha solo l’apertura e la brevità, mentre il timbro è cambiato. In particolare in alcune parlate al posto di ‘ò’ breve di trovano vocali dal timbro prossimo ad ‘è’ o ad ‘a’, che abbiamo scritto ‘ë’ ed ‘ä’. Così al posto di parole come ‘ròss’, ‘ròtt’ e ‘bšòggn’ si trovano ‘rëss’, ‘rëtt’ e ‘bšëggn’, oppure ‘räss’, ‘rätt’ e ‘bšäggn’. Ho anche detto che ci sono parlate in cui questa vocale è rimasta mutevole, ma poi ho aggiunto che questo fatto non deve indurci a esprimere graficamente questa variabilità, scrivendo a volte ‘ròss’, altre volte ‘rëss’, altre ancora ‘räss’ (o anche ‘rèss’ e ‘ràss’), poiché il timbro di questa vocale non è fra i suoi tratti distintivi ed essenziali. Bisogna invece compiere un’astrazione, decidendo come scrivere quella vocale dal timbro mutevole. Se, ad esempio, si decide di scriverla ‘ä’, la si scrive in questo modo anche se occasionalmente “suona” come ‘ò’ o come ‘è’ eccetera. Nel seguito, per semplificare le cose, la scriverò sempre ‘ä’, ma gran parte di ciò che dirò sarà valido in generale per tutte le parlate in cui la ‘ò’ breve ha subito una mutazione.

Ora che abbiamo descritto la mutazione subita dalla ‘ò’ breve, possiamo tornare alla costruzione dei maschili plurali. Avevo detto che in alcune parlate c’è una “simmetria” fra le ‘e’ e le ‘o’. Ad esempio i maschili che hanno la ‘è’ breve nel singolare hanno la ‘é’ breve nel plurale, sicché il plurale di ‘casètt’ «cassetto» è ‘casétt’. E ci sono parlate in cui, simmetricamente, i maschili che hanno la ‘ò’ breve nel singolare hanno la ‘ó’ breve nel plurale, sicché il plurale di ‘ròss’ «rosso» è ‘róss’. Se invece prendiamo una parlata in cui la ‘ò’ breve ha subito la mutazione, l’alternanza non è più fra ‘ò’ breve ed ‘ó’ breve, ma fra ‘ä’ ed ‘ó’, per cui i plurali di maschili singolari come ‘räss’, ‘rätt’ e ‘bšäggn’ sono, rispettivamente, ‘róss’, ‘rótt’ e ‘bšóggn’.

Fin qui abbiamo ribadito ciò che almeno in parte era già stato detto, ma ora dobbiamo vedere le “simmetrie” rispetto ad altre alternanze delle ‘e’. Mi interessa, in particolare, l’alternanza fra la ‘è’ lunga e quella breve. Ricordo che questa alternanza si trova solo in alcune parlate. Sono quelle in cui i maschili come ‘lèt’ «letto» (il mobile per dormire), ‘fradèl’ «fratello», ‘burdèl’ «bambino» e ‘vèc’’ «vecchio» hanno i plurali ‘lètt’, ‘fradèll’, ‘burdèll’ e ‘vècc’’. Ebbene, nelle parlate che hanno conservato la ‘ò’ breve si può avere un’alternanza analoga, nel senso che i maschili che al singolare hanno la ‘ò’ lunga hanno quella breve nel plurale. Prendiamo ad esempio i maschili singolari ‘còt’ «cotto», ‘pasaròt’ «passero» (letteralmente «passerotto»), ‘fòs’ «fosso», ‘gròs’ «grosso», ‘fiòc’ «fiocco», ‘s-ciòp’ «fucile», ‘gòb’ «gobbo», ‘scartòz’ «cartoccio», ‘òc’’ «occhio», ‘bdòc’’ «pidocchio», ‘nòn’ «nonno», ‘ròsp’ «rospo», ‘nòst’ «nostro», ‘zòcle’ «zoccolo», ‘mòcle’ «moccolo» e ‘scarciòfle’ «carciofo» (questi ultimi in alcune parlate sono ‘zòcli’, ‘mòcli’ e ‘scarciòfli’, ma le alternanze di cui stiamo parlando ora di solito non si trovano in queste parlate). Nelle parlate che presentano l’alternanza fra la ‘ò’ lunga e quella breve i plurali di questi maschili sono appunto ‘còtt’, ‘pasaròtt’, ‘fòss’, ‘gròss’, ‘fiòcc’, ‘s-ciòpp’, ‘gòbb’, ‘scartòzz’, ‘òcc’’, ‘bdòcc’’, ‘nònn’, ‘ròssp’, ‘nòsst’, ‘zòccle’, ‘mòccle’ e ‘scarciòffle’. Invece nelle parlate in cui ‘ò’ breve si è trasformata in ‘ä’ questi maschili presentano l’alternanza fra la ‘ò’ lunga del singolare (che resta invariata) e la ‘ä’, sicché i plurali sono ‘cätt’, ‘pasarätt’, ‘fäss’, ‘gräss’, ‘fiäcc’, ‘s-ciäpp’, ‘gäbb’, ‘scartäzz’, ‘äcc’’, ‘bdäcc’’, ‘nänn’, ‘rässp’, ‘nässt’, ‘zäccle’, ‘mäccle’ e ‘scarciäffle’.

Ho già osservato più volte che la scelta di segnalare la brevità della vocale accentata raddoppiando la consonante successiva risulta inadeguata quando la vocale accentata non è seguita da una consonante. Il problema ovviamente si pone anche per l’alternanza nei maschili. Ad esempio i maschili singolari corrispondenti a «foglio» e «scoglio» nei dialetti riminesi sono ‘fòi’ e ‘scòi’, con la ‘ò’ lunga, ma la nostra grafia qui ci impedisce di esplicitare la lunghezza della vocale. E se poi prendiamo una parlata che nei maschili ha l’alternanza fra ‘ò’ lunga e ‘ò’ breve ci tocca scrivere ‘fòi’ e ‘scòi’ anche per i plurali, sicché il lettore ha l’impressione che queste voci abbiano il plurale uguale al singolare. Le cose vanno diversamente nelle parlate che hanno ‘ä’ al posto di ‘ò’ breve. In queste infatti la ‘ò’ lunga del singolare resta immutata, per cui si ha ancora ‘fòi’ e ‘scòi’, ma i plurali diventano ‘fäi’ e ‘scäi’. Ecco allora che la decisione di scrivere sempre ‘ä’ la vocale breve e sempre ‘ò’ quella lunga, anche quando il timbro di quella breve risulta molto variabile, ci consente di distinguere le due vocali in ogni contesto fonetico.

Ovviamente tutti questi discorsi non riguardano le parlate che formano diversamente i plurali maschili. Ricordo infatti che ci sono parlate in cui il plurale di ‘còt’ è ‘cótt’ (in rima con ‘brótt’ «brutto»), e altre ancora in cui è ‘cùt’. Dal momento che è solo la ‘ò’ breve ad essere mutata, questi plurali restano comunque invariati.

Qui però c’è da aggiungere una nota importante. Finora ho illustrato delle parlate che presentano una “simmetria” fra le ‘e’ e le ‘o’. Ho detto, infatti, che ci sono parlate in cui il plurale di ‘fradèl’ «fratello» è ‘fradèll’ e simmetricamente il plurale di ‘còt’ «cotto» è ‘còtt’ (o ‘cätt’, se la ‘ò’ breve ha subito una mutazione). Poi ci sono altre parlate in cui il plurale di ‘fradèl’ è ‘fradéll’ e simmetricamente il plurale di ‘còt’ è ‘cótt’. Quindi sembra che chi dice ‘fradèll’ per «fratelli» dica anche ‘còtt’ (o ‘cätt’) per «cotti», e chi dice ‘fradéll’ per «fratelli» dica anche ‘cótt’ per «cotti». Ma la situazione reale è più complicata. Ho già detto, infatti, che i confini non sono mai netti, e si hanno invece delle zone di confine in cui le diverse parlate si sovrappongono, producendo spesso “soluzioni” innovative. È questo il caso del Borgo San Giuliano e di alcuni quartieri limitrofi, dove si sovrappongono la parlata tipica del centro storico e quelle dell’area a nord del Marecchia.

Ora, nella parlata tipica del centro storico (e anche del Borgo Marina, del Porto, del Borgo San Giovanni e altri quartieri della costa meridionale) i plurali corrispondenti a «fratelli» e «cotti» sono ‘fradèll’ e ‘cätt’, mentre nell’area a nord del Marecchia sono ‘fradéll’ e ‘cótt’. Ebbene, nel Borgo San Giuliano non prevale definitivamente nessuna di queste due parlate e, come dicevo, si trovano spesso delle sovrapposizioni. Una delle più frequenti e interessanti è quella che presenta per le ‘e’ l’alternanza tipica del centro storico e per le ‘o’ quella tipica dell’area a nord del Marecchia. Chi parla in questo modo dice ‘fradèll’ per «fratelli» e ‘cótt’ per «cotti». Questo “incrocio” in alcuni parlanti si presenta in modo sistematico. Dunque i plurali di ‘lèt’ «letto», ‘fradèl’ «fratello», ‘burdèl’ «bambino» e ‘vèc’’ «vecchio» sono ‘lètt’, ‘fradèll’, ‘burdèll’ e ‘vècc’’, mentre i plurali di ‘còt’ «cotto», ‘fòs’ «fosso», ‘fiòc’ «fiocco», ‘òc’’ «occhio», ‘nòn’ «nonno» e ‘nòst’ «nostro» sono ‘cótt’, ‘fóss’, ‘fiócc’, ‘ócc’’, ‘nónn’ e ‘nósst’.

Ricordo, peraltro, che il Borgo San Giuliano è anche un’area di confine per l’impiego della ‘e’ e della ‘i’ come vocale finale per risolvere i nessi consonantici virtuali troppo complessi. Insomma, se «ladro» virtualmente è ‘lèdr’ in tutte le parlate, poi alcune risolvono in ‘lèdre’ e altre in ‘lèdri’. Analogamente «zoccolo», «moccolo» e «carciofo» sono ‘zòcle’, ‘mòcle’ e ‘scarciòfle’ in alcune parlate e ‘zòcli’, ‘mòcli’ e ‘scarciòfli’ in altre, come s’era già notato in precedenza. A nord del Marecchia l’uso della ‘i’ finale si accompagna spesso al plurale con ‘ó’ breve, per cui i plurali delle suddette voci sono ‘zóccli’, ‘móccli’ e ‘scarcióffli’; invece nel centro storico, per quanto s’è detto in precedenza, sono ‘zäccle’, ‘mäccle’ e ‘scarciäffle’. Confrontando queste due serie di plurali si vede che si combinano due differenze: 1) c’è una differenza nella vocale accentata perché sono diverse le alternanze per la costruzione del plurale, e 2) c’è una differenza nella vocale non accentata finale, perché sono diversi i modi di risolvere i nessi consonantici finali troppo complessi. Da questi esempi più complicati si vede che le differenze fra le parlate possono combinarsi, e nelle zone di confine tali combinazioni sono spesso imprevedibili, con una variabilità che arriva a livello individuale. Si capisce allora quanto possa essere difficile individuare una parlata più tipica per quartieri come il Borgo San Giuliano.

Davide Pioggia

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