Parlate riminesi #24

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Foto Raggi © Archivio Storico Chiamami Città

Ci stiamo avviando finalmente alla conclusione di questa lunga chiacchierata sulle parlate dialettali riminesi. Non perché gli argomenti siano esauriti, ma perché ciò che resterebbe da illustrare è troppo complicato per essere trattato in queste pagine, con la grafia elementare che ho adottato. Bisognerebbe usare una notazione fonetica che comprendono solo gli specialisti, oppure dovrei incontrare di persona coloro che hanno seguito queste puntate, affinché, pronunciandole, potessi far sentire loro certe sottili distinzioni.

Fra le questioni che non posso affrontare compiutamente in queste pagine ce n’è però una sulla quale vorrei cercare di dire qualcosa, perché è piuttosto importante. Mi limiterò per forza di cose ad alcuni cenni, rimandando un eventuale approfondimento a un’altra occasione e altre circostanze. La questione che intendo trattare riguarda le vocali accentate che si possono trovare davanti alla consonante ‘n’ (un discorso analogo si potrebbe fare anche per le vocali davanti alla ‘m’, ma qui mi limiterò alla ‘n’).

Dico subito che le vocali ‘a’, ‘u’ e ‘i’ non pongono problemi, perché si trovano tutte anche davanti alla ‘n’. Ad esempio «anno» è ‘àn’, «Comune» in quasi tutte le parlate dei dintorni di Rimini è ‘Cumùn’, e «piccolino» in alcune parlate è ‘znìn’ (anche se non manca chi dice ‘znèin’, o altre varianti analoghe di cui parlerò in seguito).

Quanto alle altre vocali accentate, finora ne abbiamo incontrate otto; sappiamo infatti che le vocali che ho scritto ‘è’, ‘é’, ‘ò’ e ‘ó’ possono essere lunghe o brevi. Abbiamo anche visto che la ‘ò’ breve in alcune parlate ha subito una mutazione che ho scritto genericamente ‘ä’, ma sostituendo la ‘ä’ alla ‘ò’ breve queste vocali restano comunque otto.

Diciamo poi che le quattro vocali brevi si possono trovare davanti alla ‘n’ come in qualunque altro contesto. Ad esempio ‘sònn’ significa «sonno», e che la ‘ò’ qui sia breve lo dimostra il fatto che in alcune parlate si ha ‘sänn’. E ‘culònna’ (che diventa ‘culänna’ in alcune parlate) significa «colonna». Quanto alla ‘ó’ breve, si trova ad esempio in ‘autónn’ «autunno», e anche nei plurali dei maschili che hanno ‘ò’ breve (o ‘ä’) nel singolare, sicché «sonni» si dice ‘sónn’. Ci sono poi parole come ‘pènna’ e ‘pénna’, che significano «penna» e «pinna».

Restano dunque le quattro vocali lunghe ‘è’, ‘é’, ‘ò’ e ‘ó’.

Le due aperte, cioè ‘è’ e ‘ò’, si trovano frequentemente davanti a ‘n’, in tutte le parlate riminesi. In genere la ‘è’ è l’esito dell’antica A volgare in sillaba aperta (o equivalente). Ad esempio da SÀNO, PÀNE, LÀNA s’è avuto ‘sèn’, ‘pèn’, ‘lèna’. Invece la ‘ò’ deriva da Ò volgare, sia in sillaba aperta sia in sillaba chiusa da geminata. Ad esempio da BÒNO, BÒNA, NÒNNO e NÒNNA si sono avuti gli esiti ‘bòn’, ‘bòna’, ‘nòn’ e ‘nòna’.

Per completare il nostro inventario mancherebbero solo le due vocali lunghe e chiuse, cioè ‘é’ ed ‘ó’. Ebbene, ci sono delle parlate riminesi in cui queste vocali non si trovano mai davanti a ‘n’, perché al loro posto si trovano degli elementi vocalici un po’ particolari, costituiti da una sequenza di due vocali, e detti tecnicamente dittonghi. Questi dittonghi attorno a Rimini sono estremamente variabili. In alcune parlate iniziano con una vocale aperta (rispettivamente ‘è’ e ‘ò’) e poi si chiudono. Quando vengono pronunciati accuratamente la chiusura può arrivare fino a ‘i’ e ‘u’, o comunque in prossimità di queste vocali, per cui i dittonghi si lasciano scrivere, anche intuitivamente, ‘òu’ ed ‘èi’. Ma, come dicevo, si ha una grande variabilità. La pronuncia dei dittonghi dipende anche dal fatto che la ‘n’ sia seguita o no da una vocale. Consideriamo ad esempio le parole corrispondenti a «padrone» e «padrona». Nel femminile molti riminesi riconoscono agevolmente il dittongo, e scrivono (o scriverebbero) ‘padròuna’. Invece nel maschile il secondo elemento del dittongo è spesso più “evanescente”, e così alcuni di coloro che scriverebbero ‘padròuna’ esitano a scrivere ‘padròun’.

Siamo dunque alle prese con un elemento vocalico molto variabile. Ora, noi ci siamo già trovati in una situazione analoga, quando abbiamo visto le mutazioni subite dalla ‘ò’ breve. In quella circostanza ho mostrato che non è il caso di “inseguire” la variabilità della vocale, ma è bene coglierne gli elementi essenziali e poi adottare per essa una grafia stabile e uniforme. Anche in questo caso ciò che conta è rendersi conto che i due elementi variabili di cui sto parlando sono diversi da ‘è’ e ‘ò’. Anche se siamo restii a scrivere la terminazione ‘-òun’, ci rendiamo conto che c’è qualcosa di diverso fra le terminazioni delle due parole corrispondenti a «buono» e «padrone»: se «buono» è ‘bòn’, con una ‘ò’ lunga e “diritta”, «padrone» non è ‘padròn’, perché nella terminazione c’è un “movimento” che non c’è in ‘bòn’. Ebbene, possiamo decidere, anche solo convenzionalmente, di scrivere comunque ‘òu’ questo elemento vocalico. E naturalmente lo stesso si può dire per ‘èi’, sicché scriveremo stabilmente ‘vèin’ per «vino», ‘farèina’ per «farina» eccetera.

C’è da dire, però, che ci sono alcune parlate in cui il suono iniziale del dittongo non è una vocale aperta, ma chiusa. In questi casi anziché scrivere ‘òu’ ed ‘èi’ sarebbe più opportuno scrivere ‘éi’ e ‘óu’. E se da una parte i dittonghi ‘èi’ e ‘òu’ tendono talvolta a confondersi con ‘è’ e ‘ò’, dall’altra i dittonghi ‘éi’ e ‘óu’ tendono a confondersi con ‘é’ e ‘ó’. Queste parlate, per certi versi, pongono meno problemi. Infatti noi dobbiamo stare attenti a non confondere ‘èi’ con ‘è’ ed ‘òu’ con ‘ò’ perché nelle parlate riminesi si trovano ‘è’ e ‘ò’ davanti a ‘n’. Insomma, bisogna far vedere in qualche modo che la terminazione di ‘vèin’ «vino» è diversa da quella di ‘sèn’ «sano», e che la terminazione di ‘padròun’ «padrone» è diversa da quella di ‘bòn’ «buono». Ma se invece i dittonghi che hanno preso il posto di ‘é’ ed ‘ó’ sono ‘éi’ e ‘óu’, e tendono a confondersi con ‘é’ ed ‘ó’, cioè proprio con le vocali che hanno sostituito, non c’è il pericolo che si confondano con altre vocali, per cui al limite potremmo anche scrivere ‘vén’ per «vino» e ‘padrón’ per «padrone». Tanto poi quando si cerca di leggere queste parole subentrano nei dialettofoni riminesi degli automatismi che li inducono a “muovere” la vocale, e il risultato è comunque quello “giusto”. Oggi in città c’è un certo rimescolamento di parlate, ma fino alla Seconda guerra mondiale queste parlate con ‘éi’ e ‘óu’ erano localizzate soprattutto lungo la Destra del Porto, a partire dal Borgo Marina (in cui si trovavano anche altre varianti dei dittonghi, di cui ora non parlerò) fino alla zona di Marina. Nel seguito aggiungerò poche cose su queste parlate i cui dittonghi tendono a confondersi con ‘é’ e ‘ó’, e mi concentrerò su quelle che hanno i dittonghi ‘èi’ e ‘òu’.

Un’altra questione da affrontare è quella della “convivenza” dei dittonghi ‘èi’ e ‘òu’ con le vocali ‘é’ e ‘ó’. Ho detto che i primi si trovano solitamente al posto delle seconde, ma ci sono anche parlate in cui tutti questi elementi convivono. Questo è vero in particolare per la parlata del centro storico. La mia impressione è che la comparsa di ‘é’ e ‘ó’ sia dovuta alla progressiva italianizzazione. Prendiamo ad esempio la parola corrispondente a «pena». Oggi in centro anche in dialetto si sente spesso ‘péna’, con la stessa pronuncia dell’italiano locale, ma alcuni autori riminesi del passato scrivevano spesso ‘peina’, per cui si può presumere che dicessero ‘pèina’.

Resta ancora una questione importante da affrontare circa i dittonghi ‘èi’ e ‘òu’, che pone una differenza rilevante fra le parlate riminesi, ma ne parleremo la prossima volta.

Davide Pioggia

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