Parlate riminesi #25

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Ho concluso la puntata precedente dicendo che sui dittonghi ‘èi’ e ‘òu’ (che nelle parlate riminesi solitamente si trovano solo davanti a ‘n’) c’era ancora una questione importante da affrontare, ma ora mi rendo conto che in realtà le questioni importanti sono due (una delle due mi sembrava trascurabile, ma mi sono reso conto che non lo è).

La prima questione riguarda gli sviluppi davanti a N seguita da consonati come T e C, dunque davanti ai nessi consonantici NT, NC eccetera. Per chi ha qualche nozione di fonetica dico che in questi nessi la N è seguita da una consonante non sonora (detta anche “sorda”). Ma queste nozioni non sono necessarie, perché ci basta tenere presente che sono quei nessi davanti ai quali l’antica A accentata del latino volgare ha dato ‘è’. Ad esempio da SÀNTO e BÀNCO si sono avuti ‘sènt’ e ‘bènc’. Le cose sono andate diversamente quando la N era seguita da consonanti come D e G, perché in questi casi l’antica A nelle parlate riminesi si è conservata. Ad esempio DOMÀNDA ha dato ‘dmànda’ e VÀNGA è rimasta ‘vànga’.

Ora, ricordo che tipicamente la A accentata è diventata ‘è’ in sillaba aperta, davanti alle consonanti semplici, tant’è che parole come PÀLO e SÀNO hanno dato ‘pèl’ e ‘sèn’. Invece la A tipicamente si conserva davanti alle doppie, sicché da voci come GÀTTO e ÀNNO si sono avuti gli esiti ‘gàt’ e ‘àn’. Ne deduciamo che i nessi come NT e NC ai fini degli sviluppi delle vocali accentate che li precedono sono equivalenti a consonanti semplici (tranne rari casi, come vedremo più avanti), mentre i nessi come ND e NG sono equivalenti a consonanti doppie.

A noi qui interessano soprattutto gli sviluppi davanti alla N semplice e ai nessi come NT e NC, perché è davanti a questi che si sono prodotti i dittonghi ‘èi’ e ‘òu’. Infatti, se da PADRÓNE s’è avuto l’esito ‘padròun’, analogamente da CÓNTO, PRÓNTO e DÓNCA (è così che un tempo si diceva la parola corrispondente a «dunque») si sono avuti gli esiti ‘còunt’, ‘pròunt’ e ‘dòunca’. Solo che anche qui ci ritroviamo con lo stesso problema che avevamo avuto per scrivere ‘padròun’, nel senso che il dittongo ‘òu’ anche davanti ai nessi ‘nt’ e ‘nc’ è molto variabile, e molti riminesi, non percependo chiaramente la chiusura fino a ‘u’, scriverebbero piuttosto ‘cònt’ eccetera. Ma ho già detto che quella vocale non è una vera e propria ‘ò’, per cui bisogna trovare un modo per distinguerla graficamente da ‘ò’, e al limite ‘òu’ si può intendere come grafia convenzionale.

La seconda questione da affrontare è legata al fatto che non basta dire che in una parlata si trovano i dittonghi ‘èi’ e ‘òu’ (oppure i dittonghi ‘éi’ e ‘óu’ o altro), ma bisogna anche vedere come sono distribuiti, cioè in quali parole si trovano.

Nel latino volgare che si parlava qui molti secoli fa la parola corrispondente a «buono» si diceva BÒNO (si dice ancora così in molti luoghi dell’Italia centrale), e questa a Rimini ha dato l’esito ‘bòn’, per cui l’antica Ò è rimasta aperta. Simmetricamente, le parole corrispondenti a «bene», «dente», «vento» e tante altre un tempo si pronunciavano con la ‘e’ aperta: BÈNE, DÈNTE, VÈNTO eccetera. Ora, dal momento che l’antica Ò davanti a N è rimasta aperta, potremmo aspettarci che anche l’antica È sia rimasta aperta. In effetti ci sono delle parlate, distribuite per lo più fra Rimini e San Marino (ma anche in altre zone più a sud), in cui si è mantenuta tale apertura, per cui le parole corrispondenti a «bene» e «dente» sono ‘bèn’ (in rima con ‘sèn’ «sano») e ‘dènt’ (in rima con ‘sènt’ «santo»). Le cose vanno diversamente in città e in altre zone, dove anche l’antica È, in seguito ad alcuni cambiamenti, ha dato il dittongo ‘èi’, e così oggi si dice ‘bèin’ e ‘dèint’.

Ricapitolando: l’antica A accentata davanti a N ha dato ‘è’ in tutte le parlate, per cui da SÀNO e SÀNTO si sono avuti gli esiti ‘sèn’ e ‘sènt’; invece BÈNE e DÈNTE hanno dato ‘bèn’ e ‘dènt’ in alcune parlate e ‘bèin’ e ‘dèint’ in altre (compresa quella più tipicamente urbana).

Finiamo il discorso dicendo quali esiti hanno dato davanti a N l’antica É e l’antica I accentata.

La É ha dato ‘èi’ in quasi tutte le parlate. Ad esempio «catena» nel volgare era CADÉNA, e questa ha dato l’esito ‘cadèina’, anche in quelle parlate in cui «bene» e «dente» si dicono ‘bèn’ e ‘dènt’. (Un discorso analogo si potrebbe fare anche per la parola corrispondente a «dentro», che anticamente era DÉNTRA, per cui ci aspettiamo ‘èi’ nella maggior parte delle parlate. Qui però ci sono un paio di complicazioni. Una è che in molte parlate la ‘r’ si è spostata, per cui esistono le due varianti ‘dèintra’ e ‘drèinta’. L’altra è che in alcune parlate non si ha mai il dittongo ‘èi’ davanti al nesso NT, per cui si trovano anche le varianti ‘dèntra’ e ‘drènta’.)

Quanto alla I accentata, ha avuto uno sviluppo piuttosto complicato. Nelle parlate riminesi davanti alla N semplice si ha ‘èi’ (cioè lo stesso esito di É), per cui da VÌNO, MOLÌNO e FARÌNA si sono avuti gli esiti ‘vèin’, ‘mulèin’ e ‘farèina’. Però in questo caso davanti ai nessi come NT e NC non si ha lo stesso sviluppo che si è avuto davanti alla N semplice, perché da CÌNQUE e QUÌNTO si sono avuti gli esiti ‘zìnc’ (c’è anche chi dice ‘zìnqu’’) e ‘quìnt’, non ‘zèinc’ e ‘quèint’. La ragione è che davanti alla N semplice c’è stata una fase dello sviluppo che ha sovrapposto http://www.buy-trusted-tablets.com gli esiti di I a quelli di É, mentre ciò non è accaduto quando N era seguita da un’altra consonante. Questo dunque è uno di quei rari casi in cui i nessi del tipo NT e NC non sono equivalenti a una N semplice. (Ciò non significa che siano equivalenti a una doppia. Ricordo infatti che davanti alle doppie l’antica I accentata è diventata ‘é’ breve, come in DRÌTTO, che è diventato ‘drétt’; pertanto, se un nesso come NT fosse equivalente alla doppia, da QUÌNTO si sarebbe avuto ‘quénnt’, ma così non è. Invece restano comunque equivalenti a una doppia i nessi come ND e NG, tant’è che da QUÌNDECI s’è avuto l’esito ‘quénng’’.)

C’è un’ultima annotazione da fare, che riguarda i diminutivi. In italiano ci sono molte parole, come «vino», «cugino», «mulino», «farina» e «cugina», che hanno le terminazioni «-ino» e «-ina» tipiche dei diminutivi, ma non sono dei diminutivi: il «cugino» non è un piccolo «*cugio». Ebbene, nell’area riminese le due terminazioni sono distinte: abbiamo visto che lo sviluppo fonetico regolare di –ÌNO e –ÌNA dà gli esiti ‘-èin’ e ‘-èina’, ma per i diminutivi si usano solitamente ‘-ìn’ e ‘-ìna’. Quindi «gattino» e «gattina» non sono ‘gatèin’ e ‘gatèina’: di solito si dice semplicemente ‘gatìn’ e ‘gatìna’. Può darsi che ciò sia dovuto all’influenza dell’italiano, ma questa si dev’essere comunque combinata con l’esigenza, avvertita a un certo punto dai riminesi, di tenere distinti, per la loro funzione grammaticale, i suffissi dei diminutivi. Tenuto conto di ciò, si comprende la variabilità dell’aggettivo corrispondente a «piccolino». Questo deriva dal latino volgare PICCINÌNO, che in origine aveva avuto lo sviluppo fonetico regolare: le vocali non accentate cadono, la doppia C dà ‘z’, e così si ottiene ‘pznèin’. All’inizio del secolo scorso ancora si sentiva questa variante, ma già essa era stata affiancata da altre varianti più moderne. Per prima cosa cadde la ‘p’ iniziale, e si ebbe ‘znèin’. Questa variante fu mantenuta da coloro che non la avvertivano più come un diminutivo (anche «piccolo» grammaticalmente non è un diminutivo), mentre altri la percepirono comunque come diminutivo (com’era in origine), se non altro per il significato, e così la ridussero a ‘znìn’. Ancora oggi alcuni riminesi oscillano fra ‘znèin’ e ‘znìn’, anche a proposito, nel senso che sfruttano l’esistenza delle due varianti per esprimere delle sfumature semantiche. E ovviamente lo stesso discorso si può fare per il femminile, che ha le due varianti ‘znèina’ e ‘znìna’.

Ci sarebbe molto altro da dire su questi sviluppi davanti a ‘n’, ma è tempo di avviarsi alla conclusione.

Davide Pioggia

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