Parlate riminesi #26

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Foto Miccoli © Archivio Storico Chiamami Città

Per concludere questo lungo viaggio attraverso le parlate riminesi vorrei riepilogare le principali questioni affrontate negli ultimi mesi. E lo farò scegliendo alcune decine di parole, che ci consentiranno di cogliere, attraverso degli esempi, ciò che hanno in comune le varie parlate e ciò che le differenzia.

Prenderò le mosse da quella che ritengo essere la parlata più rappresentativa del centro della città. Ecco gli esempi, suddivisi in più gruppi, con le parole in italiano e le loro “traduzioni”:

1) anno, gatta = àn, gàta;

2) fratello, vecchio = fradèl, vèc’;

3) cotto, fosso, occhio, nonno, rospo, uomo = còt, fòs, òc’, nòn, ròsp, òm;

4) cassetto, pesce, capello, fresco = casètt, pèss, cavèll, frèssc;

5) rosso, rotto, agosto, biondo, bisogno = räss, rätt, agässt, biännd, bšäggn;

6) dritto, grillo, brutto, fumo = drétt, gréll, brótt, fómm;

7) palo, cane, lana, barca, salto, santo = pèl, chèn, lèna, bèrca, sèlt, sènt;

8) febbre, erba, aperto = fèvra, èrba, vèrt;

9) mese, pelo = méš, pél;

10) nuovo, buono, poco, morto = nòv, bòn, pòc, mòrt;

11) fiore, nipote = fiór, anvód;

12) ladro, fermo, forno, zoccolo, quattro = lèdre, fèrme, fórne, zòcle, quàtre;

13) Rimini, zucchero, diavolo, tavola = Rémmin, zóccher, dièvul, tèvula;

14) prete, chiesa, siepe, lei, dietro, candeliere = prét, céša, séva, léa, dré, candlér;

15) pecora, mercoledì = pégura, mércur;

16) fuoco, cuoca, fuori, brodo, figlio = fóg, cóga, fóra, bród, fiól;

17) catena, vino, farina = cadèina, vèin, farèina;

18) bene, dente = bèin, dèint;

19) padrone, conto = padròun, còunt;

20) mesi, peli = mìš, pìl;

21) fiori, nipoti, forni = fiùr, anvùd, fùrne;

22) cassetti, pesci, capelli, freschi = casétt, péss, cavéll, fréssc;

23) rossi, rotti, biondi, bisogni = róss, rótt, biónnd, bšóggn;

24) fratelli, vecchi = fradèll, vècc’;

25) pali, cani, salti, santi = pèll, chènn, sèllt, sènnt;

26) cotti, fossi, occhi, nonni, rospi = cätt, fäss, äcc’, nänn, rässp;

27) zoccoli, uomini = zäccle, ämmne;

28) nuovi, buoni, pochi, morti = nävv, bänn, päcc, märrt;

29) padroni, conti = padrùn, cùnt.

C’è da fare qualche precisazione, perché alcune di queste parole presentano delle varianti anche in città.

Innanzi tutto ricordo che i dittonghi ‘èi’ e ‘òu’ spesso sono poco “estesi”, e per questo alcuni riminesi sono restii a scrivere il secondo elemento. Costoro scriverebbero piuttosto ‘padròn’ e ‘cònt’, e qualcuno anche ‘dènt’.

Poi devo dire che per «mercoledì» ormai si sente molto spesso l’italianismo ‘merculdé’. Peraltro già prima che comparisse questo italianismo l’italiano aveva condizionato la variante tradizionale ‘mércur’, che si era modificata in ‘mércul’ (si tenga presente che deriva dal latino MERCURI DIES, e anche nell’antico italiano si diceva «mercordì», con due ‘r’).

Ricordo inoltre che l’alternanza fra le vocali lunghe ‘é’ e ‘ì’, come pure quella fra ‘ó’ e ‘ù’, nella formazione dei plurali maschili è stata in parte abbandonata nel corso del XX secolo, per lo meno in alcune voci. Si trovano così dei riminesi che mantengono la ‘é’ e la ‘ó’ dei singolari in alcuni plurali dei gruppi 20 e 21 (e in altri plurali analoghi), per cui «i peli» è ‘i pél’, «i forni» è ‘i fórne’ eccetera.

C’è poi una questione a cui in passato ho appena accennato, ma ora mi tocca approfondirla un poco per consentire a un maggior numero di lettori di riconoscersi in qualche parlata. Mi riferisco al fatto che in alcune parlate dopo certe consonanti al posto di ‘è’ si trova ‘é’. Le consonanti che producono questa chiusura sono ‘c’, ‘g’, ‘c’’, ‘g’’, ‘gn’ e ‘gl’. Ad esempio le parole corrispondenti a «casa» «cane», «pagare», «chiaro», «cristiano», «arrangiarsi», «mangiare» e «italiano» normalmente sono ‘chèša’, ‘chèn’, ‘paghè’, ‘cèr’, ‘cris-cèn’, ‘arangès’, ‘magnè’ e ‘itaglièn’, ma nelle parlate in cui si ha la chiusura diventano ‘chéša’, ‘chén’, ‘paghé’, ‘cér’, ‘cris-cén’, ‘arangés’, ‘magné’ e ‘itaglién’. La stessa chiusura si verifica anche dopo quel suono che in italiano si scrivere solitamente ‘i’, ma in realtà è ‘j’. Così le parole corrispondenti a «bianco» e «tagliare» normalmente sono ‘biènc’ (o meglio ‘bjènc’, con ‘j’) e ‘taiè’ (‘tajè’), ma nelle parlate che presentano la chiusura diventano ‘biénc’ (‘bjénc’) e ‘taié’ (‘tajé’). Ora, queste parlate si trovano soprattutto fuori dalla città, in quasi tutte le direzioni (soprattutto verso sud, dove sono diffuse in gran parte della Valconca e delle aree contigue), ma in parte penetrano anche in città. Sebbene raramente, mi è capitato di trovare degli informatori che esibivano questa chiusura pur essendo nati e cresciuti in città o nel Borgo San Giuliano. Un riminese che presenti sistematicamente questa chiusura dirà dunque ‘chén’ per «cane» e ‘diévul’ (‘djévul’) per «diavolo» (questa complicazione è la ragione per cui in precedenza per descrivere certe caratteristiche della parlata urbana ho usato l’esempio di ‘tèvul’ «tavolo» anziché quello di ‘dièvul’, sebbene il secondo termine sia molto più usato del primo).

Con questo possiamo dire di aver individuato le principali caratteristiche della parlata più tipicamente urbana. Ora dobbiamo vedere come cambiano queste parole se ci si allontana dal centro della città, ma lo faremo nella prossima puntata, che sarà anche l’ultima. Nel frattempo i miei lettori possono cercare di capire se e come differisca la propria parlata da quella che ho illustrato qui sopra.

Davide Pioggia

 

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