Parlate riminesi #27

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Foto Sanchini © Archivio Storico Chiamami Città

Quest’ultima puntata è in realtà la seconda parte della precedente, e per questa ragione sarebbe utile per il lettore avere sottomano quest’ultima (magari stampata), o quanto meno andarsela a rileggere. Ad ogni modo cercherò di ripetere gli esempi più importanti per aiutare la memoria di chi legge.

Dicevo che per concludere avrei illustrato come cambiano le parole elencate in precedenza quando ci si allontani dalla città. Ribadisco, come ho già notato più volte nelle puntate precedenti, che attorno al centro urbano c’è un’ampia periferia in cui le caratteristiche più tipicamente urbane vengono abbandonate gradualmente, con una variabilità che si manifesta fino al livello individuale. Ne consegue che posso fornire solo delle indicazioni di massima.

Comincio col dire che non è particolarmente importante il fatto che al posto della ‘ò’ breve si trovi quella vocale che può avere la coloritura della ‘a’ o della ‘è’, e che abbiamo scritto ‘ä’: il fatto che per «rosso» si dica ‘ròss’ o ‘räss’ non è poi tanto importante per chi è abituato alle parlate di tipo riminese. Peraltro la ‘ä’ sembra perdersi allontanandosi della città ma poi, allontanandosi ulteriormente, la si ritrova in varie zone del territorio al di sotto del Marecchia.

Inoltre non terrò più conto di quelle varianti che ho illustrato nella puntata precedente, quelle che hanno ‘é’ al posto di ‘è’ dopo certe consonanti (per cui al posto di ‘chèša’ troviamo ‘chéša’ eccetera).

Invece per distinguere la parlata tipicamente urbana da quelle circostanti sono molto importanti quelle parole che hanno ‘é’ e ‘ó’ lunghe in città e ‘ì’ e ‘ù’ in periferia e nelle parlate rustiche. Per chi abbia sotto mano il testo della puntata precedente dico che gli esempi li ho raccolti nei gruppi 14) e 16), e qui mi limito a riportare il caso di ‘céša’ «chiesa» e ‘fóg’ «fuoco», che fuori dalla città sono ‘cìša’ e ‘fùg’. Aggiungo che in queste parole si manifesta in modo particolarmente visibile quel cambiamento graduale e variabile di cui parlavo poco fa. Ad esempio «chiesa» e «prete» sono ‘céša’ e ‘prét’ in città e ‘cìša’ e ‘prìt’ in campagna, dopodichè intervistando dei dialettofoni cresciuti, ad esempio, nel Borgo San Giuliano, se ne trovano diversi che “incrociano” (probabilmente lasciandosi condizionare anche dall’italiano) e dicono ‘cìša’ e ‘prét’.

Molto importante è anche una differenza che si incontra spostandosi verso San Marino e a nord del Marecchia. Nelle parlate di queste zone la vocale che si aggiunge alla fine delle parole per evitare i nessi consonantici troppo complicati non è ‘e’, ma ‘i’, e così le parole del gruppo 12) hanno la ‘i’ finale. Ad esempio «ladro» non è ‘lèdre’, ma ‘lèdri’. Peraltro parole di questo tipo si trovano anche in altri gruppi; come il plurale corrispondente a «forni», che da ‘fùrne’ diventa ‘fùrni’. Invece la ‘e’ finale si conserva nella parte meridionale del territorio riminese (la costa, Valconca, eccetera).

Un altro tratto tipicamente urbano che si perde allontanandosi dalla città è la tendenza a conservare la vocale non accentata che era originariamente la penultima. Mi riferisco alle parole del gruppo 13), ma qui bisogna stare attenti, perché cadendo quella vocale può sorgere l’esigenza di aggiungere la vocale finale di cui ho detto qui sopra. Il problema non si pone per i femminili: «tavola» è ‘tèvula’ in città e ‘tèvla’ fuori. Invece le voci corrispondenti a «Rimini», «zucchero» e «diavolo», che in città sono ‘Rémmin’, ‘zóccher’ e ‘dièvul’, spostandosi verso sud diventano ‘Rémmne’, ‘zóccre’ e ‘dièvle’ (o ‘diàvle’, per ragioni che ho spiegato tempo fa), mentre altrove diventano ‘Rémmni’, ‘zóccri’ e ‘dièvli’.

Non solo, ma questa differenza può combinarsi con quella che c’è fra ‘céša’ e ‘cìša’, il che ci porta ad affrontare le parole del gruppo 15): se «pecora» è ‘pégura’ in città, diventa ‘pìgra’ fuori; e se «mercoledì» è (o era) ‘mércur/mércul’ in città, fuori città si trova ‘mìrcre/mìrcle’ in certe direzioni e ‘mìrcri/mìrcli’ in altre.

C’è poi la complicata questione dei plurali dei maschili che hanno la ‘è’ lunga o la ‘ò’ lunga nel singolare. Nella parlata tipicamente urbana, come pure in quelle che si incontrano nella parte meridionale del territorio, nei plurali si trova la vocale abbreviata. Così i plurali delle voci dei gruppi 2) e 3), come ‘fradèl’ «fratello» e ‘còt’ «cotto», sono quelli dei gruppi 24) e 26), come   ‘fradèll’ (in rima con ‘quèll’ «quello») e ‘cätt’ (in rima con ‘rätt’ «rotto»). Invece se ci si sposta verso San Marino e a nord del Marecchia si trovano modi diversi di costruire i plurali. In certe zone (distribuite prevalentemente fra Rimini e San Marino, ma ancor più verso Verucchio) i plurali hanno le vocali accentate ‘ì’ e ‘ù’: ‘fradìl’, ‘cùt’ eccetera. Invece altrove (soprattutto a nord del Marecchia, e già a partire dal Borgo San Giuliano, con la solita variabilità) nel plurale la vocale oltre ad abbreviarsi si chiude: ‘fradéll’ (in rima con ‘gréll’ «grillo»), ‘cótt’ (in rima con ‘brótt’ «brutto»).

Ci sono poi i plurali dei gruppi 25) e 28), come quelli corrispondenti a «pali» e «nuovi». Siccome queste voci hanno la ‘è’ lunga o la ‘ò’ lunga nel singolare, può sembrare che siano gli stessi casi trattati nel punto precedente, ma in realtà la formazione di questi plurali è stata molto più complessa, ed è avvenuta in gran parte per analogia. In città e in gran parte del territorio meridionale il “conguaglio” è ormai piuttosto stabile, ma a nord del Marecchia tale stabilizzazione non è giunta a compimento. Dunque, se in città i plurali sono ‘pèll’ e ‘nävv’, a nord del Marecchia (e già nel Borgo) si dovrebbero trovare ‘péll’ e ‘nóvv’. In effetti ‘nóvv’ per «nuovi» è diffusissimo, ma non ‘péll’ per «pali»; e anche in questo caso si incontrano spesso dei parlanti che esibiscono parlate “incrociate”, con ‘nóvv’ per «nuovi» e varie soluzioni per «pali» (fra cui ‘pèll’, come in città, o il plurale uguale al singolare).

Anche in questo caso, poi, si trovano le suddette differenze combinate con altre. Ecco allora i plurali del gruppo 27), corrispondenti a «zoccoli» e «uomini», che in città e in gran parte del territorio meridionale sono ‘zäccle’ e ‘ämmne’ (con la vocale accentata ‘ä’ per il plurale e la ‘e’ finale per evitare il nesso consonantico troppo complicato), mentre diventano ‘zùcli’ e ‘ùmni’ in certe zone e ‘zóccli’ e ‘ómmni’ in altre.

Ci sarebbe poi da parlare a lungo dello sviluppo delle vocali davanti a ‘n’, ma ho già detto che è un argomento troppo complesso. Mi limiterò a ricordare che ci sono parlate (come quella urbana) in cui i dittonghi ‘èi’ e ‘òu’ tendono a confondersi con ‘è’ e ‘ò’, mentre in altre questi due elementi vocalici sono ben distinti. Per di più il dittongo ‘èi’ non ha la stessa distribuzione in tutte le parlate. Ad esempio nella parlata urbana ‘èi’ si trova anche nella parola corrispondente a «bene», che è ‘bèin’ (in rima con ‘vèin’ «vino»), mentre in altre zone (in particolare verso San Marino) è ‘bèn’.

Questo è tutto. Ringrazio veramente di cuore i lettori che mi hanno seguito fin qui. So che molti degli argomenti che ho affrontato sono piuttosto noiosi, e per di più non ho potuto usufruire del contatto diretto con chi mi seguiva, che mi avrebbe consentito di far ascoltare tutti i suoni di cui ho parlato, di fare altri esempi e di interagire per eventuali chiarimenti. Per questo apprezzo particolarmente la pazienza di chi mi ha letto.

Alla prossima!

Davide Pioggia

One Response to "Parlate riminesi #27"
  1. Luca ha detto:

    Buonasera,
    Sono del borgo San Giuliano, nella mia famiglia si è sempre detto Cisa per Chiesa.
    Per il resto Dievul, Remnin, Pegura, Mercul, Zoccre..

    Luca

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