Passatempi d’epoca: il teatrino degli Artigianelli

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Come si passava il tempo libero, come ci si divertiva nella nostra città quando non esisteva l’intrattenimento per eccellenza, cioè la televisione? Semplice: si andava al teatrino!

In via Santa Chiara aveva sede l’Istituto Artigianelli, su cui stiamo cercando informazioni (se ne avete, contattateci!). Presso l’Istituto, inaugurato il 4 dicembre 1904, si insegnavano materie quali tipografia, legatoria, falegnameria, sartoria, calzoleria, fabbro e calderai, per permettere ai ragazzini dell’epoca di imparare un mestiere in un ambiente ideato apposta per loro. Come scrive Guido Fabbri, inizialmente “l’animatore di tutto era il canonico Venturini che, a somiglianza di don Bosco, raccoglieva i ragazzi e li indirizzava verso il lavoro”; poi, alla sua morte, fu sostituito da Don Stefani, che portava avanti un’iniziativa simile in via Battaglini.

E, come dicevamo, c’era anche un teatrino.

Dopo lo stop imposto dalla guerra e dal terremoto, il teatrino ricominciò le attività subito dopo la fine della guerra, nel 1919. Forse anche come reazione alle difficoltà del periodo della guerra, il teatro (che era abbastanza grande) era sempre pieno.

Chi erano i protagonisti di queste serate di svago? Abbondio Sacchi, grande talento comico; Gemini e Gattei, beniamini del pubblico; Valentini e Bedetti; lo stesso Guido Fabbri e suo fratello minore, Achille. Le opere rappresentate spaziavano da “Le memorie del diavolo” a “I due sergenti”, da “Più in alto” a “Fiore Barometrico”, “La nave passa”, “Una causa celebre” – interpretata da Ceccarelli, bravissimo attore che commosse il pubblico al punto tale che, quando venne smascherato l’usurpatore, l’attore che lo impersonava fu sommerso dagli improperi.

Ovviamente non mancavano le commedie dialettali, che tanto divertivano il pubblico: “La quaterna ad Zvanein” scritta da Ughi, e specialmente “La Franzchina da l’ai”. Altro grande divertimento era la lotteria, organizzata da Fiacchi, che si teneva durante l’intervallo tra due atti (i biglietti si vendevano quando si entrava in teatro e durante le pause; i rimanenti poi si vendevano all’asta) . I premi, spesso, erano veri e propri scherzi: ad esempio una pittura non era un quadro, ma una “pittura di bacalà”, un orologio di precisione di marca romagnola era una cipolla di Santarcangelo…

Un vero e proprio successo, con tanto di repliche, fu “Cristoforo Colombo”, protagonista Achille Fabbri. A padre Egidio, frate del convengo delle Grazie e maestro di musica, fu affidato il compito di istruire i cori e il solista fu Gino Zangheri (Ginela) che aveva una bella voce baritonale (in seguito Ginela studiò diventando un professionista e a Rimini cantò nella Cavalleria Rusticana del maestro Mascagni interpretando la parte di Alfio). “Cristoforo Colombo” passò alla storia del teatrino e Achille era diventato popolare in tutta la città: quando qualcuno incontrava per strada il fratello maggiore Guido, egli era diventato il fratello di Cristoforo Colombo.

La foto che vedete in questo articolo risale ai primi anni ’20; Guido Fabbri ha scritto sul retro: “La filodrammatica del Teatrino degli Artigianelli, regista Corbucci, artista drammatico reduce della Compagnia della Duse (seduto al centro). Le due frecce indicano me e mio fratello Achille”. A proposito di Corbucci, c’è un aneddoto dello stesso Fabbri: “Un giorno tornò a Rimini l’attore Corbucci che aveva recitato nella compagnia della Duse, era vecchio e malandato. Venne accolto da noi tutti affettuosamente e recitammo diverse commedie sotto la sua direzione; siccome non aveva il cappotto dicemmo che per compensarlo dei buoni suggerimenti datici glielo avevamo comperato: non volevamo umiliarlo ma lui comprese e pianse“.

Fonti: dal blog di Nonno Guido, Le commedie al teatrino e La commedia “Cristoforo Colombo”

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