Quando il pesce abitava in città

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Pescivendola nella Vecchia Pescheria

L’altra mattina sono andato in pescheria: molti banchi vuoti, pesce forestiero, pochi acquirenti. È vero, siamo in periodo di fermo-pesca, per favorire il ripopolamento.
Mentre uscivo mi veniva spontaneo pensare a come doveva essere la pescheria riminese nel tardo Medioevo, affacciata sulla piazza della Fontana, vicino ai venditori di verdure, brulicante di persone, fiancheggiata dalla via delle Tavernelle (attuale via Pisacane), dove la gente chiacchierava davanti al consueto bicchierozzo di vino.
Gli Statuti comunali del 1334 ci aiutano a comprenderne la struttura e il funzionamento, laddove prescrivono banchi separati per i pescivendoli riminesi rispetto a quelli forestieri e separati per i venditori di pesce marino rispetto ai venditori di pesce d’acqua dolce. Già, perché la prima cosa da tenere presente è questa: la pesca in mare non era tanto sviluppata; in compenso esistevano molte acque interne ricche di pesce: fiumi, laghi, guazzi da caccia (che allora si chiamavano “pantiere”) e perfino vasche per l’allevamento ittico (chiamate “peschiere”).
Oggi risulta difficile immaginare che dentro le mura cittadine e precisamente lungo la via Angherà (cioè nella parte più bassa di Rimini), proprio dove sorge la sede dell’Università, esistevano numerose peschiere alimentate da una sorgente che sgorgava proprio lì.
Ma torniamo alla pescheria, piuttosto frequentata, perché il consumo di pesce era incentivato dalle prescrizioni ecclesiastiche; e dove la presenza del
pesce d’acqua dolce stava alla pari con quello di mare. I venditori dovevano pagare ogni anno una tassa di 20 soldi per ciascuna postazione; altro obbligo: tenere una mastella sotto la banca, per raccogliere l’acqua che colava.
La sorveglianza sulla pescheria era garantita dalla presenza di Ufficiali del Comune, i quali avevano tutto l’interesse a fare rispettare le regole, giacché venivano pagati con la metà delle sanzioni che comminavano. Fra le altre cose, avevano il compito di contrassegnare sulla coda il pesce d’acqua dolce, perché non venisse fraudolentemente spacciato per pesce di mare.
Gli Statuti fissavano anche i prezzi di vendita: per la pezzatura superiore alla libbra (circa 500 grammi), 6 denari a libbra; 4 denari per la pezzatura inferiore. Esistevano poi tariffe particolari per alcuni pesci pregiati di importazione: lo storione era venduto a 18 denari la libbra; le lasche 16 denari; le tinche di Perugia 18-20 denari a libbra secondo la pezzatura.
Esaminando gli inventari degli oggetti presenti nelle case dei Riminesi durante il Quattrocento, si può vedere che talora figuravano gli attrezzi da pesca, anche presso cittadini non propriamente pescatori. Questi elementi aiutano a comprendere le pratiche del tempo: infatti compaiono i cogolli, i regiachi, le tratte, gli spontali. Esistevano anche delle specie di nasse, i cosiddetti “fasci” per i gamberi: ce lo indica una disposizione statutaria che vietava di piazzare tali fasci nel tratto di mare compreso fra le Celle e San Gaudenzo, perché i gamberi rodevano le sartie delle navi ancorate di fronte alla città.
Un’altra presenza piuttosto frequente era il “ferro da calcinelli”, probabilmente un qualcosa di simile all’attrezzo chiamato comunemente “smenacùl” Poiché i documenti medievali riminesi non menzionano mai le vongole, si può pensare che questo ferro servisse anche alla loro raccolta.
Per finire, va ricordato che, date le difficoltà di conservazione degli alimenti, si faceva un uso non marginale di pesce salato, il quale era venduto in botteghe munite di appositi barilotti. I documenti segnalano i “buratelli” e le “baldegare” fra le specie ittiche sottoposte a salagione; così come indicano la loro provenienza, solitamente da Venezia.

Oreste Delucca
Per gentile concessione di “Chiamami Città”

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