Quei lecci del Conte Baldini…

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A volte, cerco, in qualche angolo non “divorato” dall’edilizia selvaggia, qualcosa che mi ricordi… come eravamo. Sta sparendo anche quel poco che era rimasto.

Sono nata nel 1946, annata fantastica, perché ancora non sapevo che sarei stata nella grande schiera dei baby-boom, dei bambini, tanti, nati subito dopo la guerra, quando i nostri genitori raccoglievano le forze ed erano pieni di speranze sull’avvenire, loro e dei figli.
Sono nata a “marina” e c’era ancora la credenza che il mare avrebbe mangiato… le nostre case. Me lo ripetevano spesso le mie amiche e la cosa mi faceva solo ridere perché mi sembrava, comunque, il posto più bello del mondo. Mio nonno faceva il calzolaio, quindi non eravamo quello che allora era chiamata “la gente per bene”. Chissà poi perché! Noi eravamo per bene, eccome e il contorno “per bene” ci trattava come loro pari. Io li ricordo buoni e gentili: spesso il Conte Baldini, che trattava alla pari mio nonno (e lui mi ha fatto capire il primo concetto di democrazia), mi

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permetteva di andare a giocare nel suo giardino. Giardino? In verità terre sconfinate, con vialetti e cespugli alti più di me e alberi grandissimi. E’ stato allora che ho cominciato ad amare i lecci, con quelle foglie lucide e mi pareva fossero alberi “nobili” solo perché li aveva il Conte nel suo giardino.

E le altre ville intorno a noi! Niente di più bello. All’angolo di via Mantegazza c’era la villa Campana, con una scalinata che mi faceva pensare sempre a Cenerentola quando aveva perduto la scarpetta a mezzanotte. Per non parlare di Villa Cacciaguerra (l’Embassy) con tre cancelli. Uno nel mezzo e due ai lati. Quello nel mezzo, il più importante era sormontato da due sirene gigantesche, che credevo mi guardassero passare e mi facevano pensare che forse lì abitava Nettuno il Re del mare. Che villa bella, custodivano!

Dietro e intorno, campi squarciati da grandi buche piene d’acqua e mia nonna mi spiegava che erano state le bombe. E me lo diceva ridendo, come se la felicità avesse preso assolutamente il posto ad un grande spavento. Infatti è quello che ricordo, non esisteva nessuno immusonito o triste. Al mattino si sentiva sempre fischiare e la gente si aiutava e si voleva bene.

I buchi delle bombe: via Trieste ne era piena, servivano a noi bambini ad andare a cercare i girini. Che sarebbero i figli delle rane e che io credevo ancora che il loro habitat fosse, per natura. vicino a casa mia. Prendevo i girini e li portavo a casa tra gli urli di mia mamma che non li voleva. Quanto urlavano le mamme, allora! D’inverno andavo a scuola a piedi e non mi sembrava neanche così lontano, invece via Angherà non è dietro l’angolo. Andavo, come tutti o quasi, dalle suore di Maria Bambina e ricordo ancora per strada i grandi freddi ai piedi. O le folate di vento gelido che si intrufolavano nel mio gonnellino scozzese e mi facevano battere i denti. Avevo i geloni ai calcagni che mi facevano male o mi facevano prurito. Dai tetti pendevano dei ghiaccioli che da allora non ho più visto così grossi e ci fermavamo all’angolo di via Oberdan, vicino a scuola a comprare la spianata più buona del mondo.

Dalle suore di Maria Bambina credo sia passata tutta Rimini. Ogni tanto trovo qualcuno, ancora adesso che mi dice che andava dalle suore! Fino ai 14 anni ci sono andata (o mi ci hanno mandato!) mica cotiche (come direbbe Fiorello)! Ne ho un ricordo buono e meno buono. C’era la suora amorevole, c’era quella che con una canna ci dava le botte sulle mani, c’era quella tranquilla e pure quella completamente isterica. Su tutto il loro minestrone che solo l’odore mi dava fastidio e mi veniva da piangere. Però esisteva anche una specie di armadietto che era” la bottega dei dolciumi”. Con qualche soldino, il mondo diventava roseo e la vita, finalmente, ci sorrideva! Caramelline invisibili, ma di un buono…e le mitiche rotelle di liquirizia che facevo durare ore per ammortizzare quello che mi costavano! Da ragazzina con l’esame di terza media ho ancora nel naso l’odore degli ippocastani di via Principe Amedeo, sotto il sole d’inizio estate e ogni anno, con una stretta al cuore, rivivo come per magia nello stesso periodo quei momenti di patema d’animo per l’esame, ma anche il ricordo struggente dei primi indimenticabili batticuore amorosi.

Stavo crescendo e Rimini stava cambiando sotto i miei occhi.

Daniela Della Bartola

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