“Quella bruttura del Kursaal”

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Il Kursaal a fine Ottocento

Il Kursaal a fine Ottocento

Così il sindaco Bianchini definì la pregevole costruzione, per giustificarne l’abbattimento. La demolizione cominciò da parte di operai disoccupati, prima delle decisioni ufficiali. L’ambigua posizione dell’Azienda di soggiorno. La vicenda in uno studio dell’arch. Oscar Mussoni.

La storia della ricostruzione nel dopoguerra, a Rimini comincia con una demolizione. Sembra paradossale, ma è la semplice verità. Il Kursaal fu la vittima designata e quasi sacrificale del nuovo corso politico che si voleva dare alla nostra città.
Ripercorriamo le varie tappe della vicenda Kursaal assieme all’arch. Oscar Mussoni che sull’argomento ha svolto una ricerca riccamente documentata. Non ci soffermeremo su tutti i particolari, ma soltanto sulle grandi linee della questione, per capire l’aria che allora tirava, e che cosa c’era dietro a quel provvedimento.

La demolizione del Kursaal è decisa il 13 marzo 1948, dal Consiglio comunale riunito in convocazione straordinaria ed urgente. Il sindaco ing. Cesare Bianchini (pci) dirige i lavori, a cui assistono 28 dei 40 consiglieri eletti. Soltanto pci e psi sono favorevoli, esprimendo i 18 voti con cui passa la delibera: i due gruppi in Consiglio contano però 27 componenti. Quindi, nove di loro non sono presenti alla seduta.
Secondo l’arch. Mussoni, «si consuma così uno degli scempi urbanistico-edilizi più vergognosi del dopoguerra. L’amministrazione di sinistra, uscita dalla lotta antifascista, compie un intervento tipico della cultura urbanistica fascista: quello degli sventramenti».
Rimini ne sa qualcosa. L’arco d’Augusto è stato isolato con le picconate inaugurali di Mussolini, il giorno di ferragosto 1936, per farne un simbolo dell’imperialismo fascista. Il duce venne poi a vedere i lavori quasi ultimati, il 16 giugno ’38, mentre «la folla urlava il suo incontenibile entusiasmo… in un abbraccio quasi pauroso», come scrisse il numero speciale di Ariminum. (1)
«Non si è distrutto, col Kursaal, soltanto uno dei manufatti di pregevole fattura architettonica, ma anche e soprattutto un complesso edilizio tra i più rappresentativi e meglio riusciti della Rimini a cavallo dei due secoli», scrive Mussoni.
Ma come si arrivò a questa decisione del Consiglio comunale? Finita la guerra, la Cassa di risparmio della città affidò a due illustri architetti bolognesi (Melchiorre Bega e Giuseppe Vaccaro), l’incarico di progettare un Piano di ricostruzione della Marina. Vaccaro è noto a Rimini per avervi progettato, nel 1931, la Casa del Fascio. «Il Piano viene redatto con l’appoggio del sindaco ing. Bianchini, del presidente della Cassa di risparmio prof. Luigi Silvestrini, e con la collaborazione dell’ing. Virginio Stramigioli, capo dell’Ufficio tecnico comunale».
Il 25 febbraio 1947, il Consiglio comunale approva all’unanimità una convenzione con la società REMA (Ricostruzioni Edilizie Marina Adriatica): «Il Comune aliena le aree di sua proprietà sul lungomare, dal piazzale del Kursaal al torrente Ausa, circa 20 mila metri quadrati, per metà a titolo gratuito e per l’altra metà al prezzo di mercato scontato del 50%». In cambio, la REMA deve costruire un grande albergo, un centro commerciale, un teatro all’aperto, un padiglione fieristico, un circolo del tennis e una pista da pattinaggio. Nessuno forse si è accorto che nel progetto della Rema, non c’è più il Kursaal. Nel ’47, inizia così un dibattito in città sul recupero o demolizione del Kursaal: la Giunta municipale è per la seconda ipotesi, mentre la prima vede schierata l’Azienda di soggiorno.

Il presidente dell’Azienda scrive il 2 dicembre ’47 al sindaco: «Formulo che si soprassieda alla sua immediata demolizione», e si comincino piuttosto i lavori di restauro.
Questa lettera contiene due passaggi ambigui, a mio avviso. Primo, là dove si legge: sì ai restauri, «almeno finché [il Kursaal] non potrà essere convenientemente sostituito da una nuova costruzione». Secondo, quando si afferma: «Se il Kursaal costituirà, come alcuni già prevedono, elemento di disturbo all’estetica dell’insieme, la sua demolizione si imporrà agli occhi di tutti, specie se nel frattempo convenientemente sostituito». Quest’ambiguità deriva forse dal fatto che il presidente dell’Azienda, Gino Pagliarani del pci, non voleva scontrarsi con la linea del suo partito, la quale era quella espressa dalla Giunta.
Il Consiglio comunale decide di far risolvere il dilemma «recupero o demolizione», da una commissione che, a maggioranza, decide per l’abbattimento. L’unica opposizione è del delegato dell’Azienda. Tutti gli altri (ma non si sa chi fossero), sono concordi per il pollice verso.
Il 19 gennaio ’48, l’Amministrazione comunale interpella il prof. Piero Porcinai di Firenze (architetto noto a livello mondiale per progetti di parchi e giardini), il quale «assicura che la demolizione del Kursaal non nuocerà agli alberi». L’ecologismo riminese nasce ora?

Il 3 febbraio ’48, la Giunta socialcomunista propone, ufficialmente e all’unanimità, la demolizione del Kursaal, scrivendo che così si vuol «dare a Marina centro più ampio respiro ed il carattere di grandiosità che è indispensabile presupposto per la creazione della grande spiaggia internazionale». Il Kursaal veniva giudicato «una stridente stonatura architettonica» con il piano Bega-Vaccaro che doveva dare un «nuovo grandioso impulso» alla nostra spiaggia.
La proposta della Giunta passa in Consiglio il 21 febbraio ’48. Leggiamo i verbali della seduta. Il dc Giuseppe Babbi osserva che la deliberazione della Giunta «non riesce a giustificare la necessità della demolizione che personalmente considera un errore», in quanto «danneggia e non agevola la valorizzazione della spiaggia». Il dott. Felice Bongiorno (dc) ritiene «opportuno rinviare la demolizione ad altra epoca», di fronte alla penuria di locali per i servizi pubblici e turistici.

Il sindaco risponde che il Kursaal è «una bruttura che è d’uopo eliminare». Inoltre, la cifra necessaria (7 milioni), per la sua precaria sistemazione, può essere meglio utilizzata «nella costruzione di case popolari». Nicola Meluzzi (pci) sostiene che «la demolizione è necessaria ai fini della definitiva sistemazione estetica della zona». Si passa ai voti: 13 a favore, 7 contrari.
La seduta è stata trasmessa nel centro della città, dagli «altoparlanti, appostati un pò dovunque sulle muraglie dirute», come scrive sul Carlino (25.2.’48), Luigi Pasquini, firma ben nota a Rimini: «Vecchio Kursaal, addio! (…) Ricordo il brivido che provai nei giorni tragici della guerra, quando i Tedeschi demolivano le ville alla Marina per fare fortilizi. Si sparse la voce: “Spianano anche il Kursaal”. Ma non era vero. Uscisti salvo: dalle mine e dalle bombe, Kursaal coraggioso. Ora pagherai caro quel tuo gesto. La tua stagione è finita, come la giovinezza, che ha una sola stagione».

La Camera del lavoro il 3 marzo comunica al sindaco che «stante la grave disoccupazione, gli operai inizieranno immediatamente i lavori di demolizione». Il sindaco risponde di attendere l’approvazione prefettizia. Ma chissà come e perché, quei lavori al Kursaal partono egualmente. Il sindaco, il 6 marzo, segnala al prefetto «la propria impossibilità di disporre l’allontanamento degli operai anche coll’uso della forza cui inevitabilmente si sarebbe dovuto arrivare», facendo intendere che se Forlì ritiene opportuno intervenire, faccia pure.
Il 9 marzo, il prefetto annulla la delibera consiliare del 21 febbraio «per difetto di legittimità, in quanto mancante» di tre documenti: progetto di demolizione, modalità di appalto e finanziamento. La Giunta, il 12 marzo, decide di riportare il problema in Consiglio, il giorno successivo, riconfermando la propria scelta, ed aggiungendo nella delibera tutti gli elementi tecnici ed amministrativi richiesti dal prefetto.

«Quando il 13 marzo si riunisce il Consiglio comunale, il Kursaal era ancora in piedi, oppure era già stato demolito?», si chiede l’arch. Mussoni. Nel verbale del 13 marzo, si legge che il sindaco parla di operai che «si sono messi di fatto nelle opere di demolizione dell’edificio, nonostante divieto dell’Amministrazione». Di qui, nasce la richiesta dell’approvazione del progetto, per «poter convogliare verso la normalità legale la situazione formatasi ed evitare danno al Comune».
Le affermazioni del sindaco appaiono particolarmente gravi: si accettava l’illegalità, e per sanare la situazione, si decretava quanto già avvenuto nei fatti. Di ciò è consapevole il consigliere indipendente avv. Pietro Ricci che, illustrando l’art. 361 del codice penale, dichiara che «l’Amministrazione comunale è tenuta ad adottare tutti i provvedimenti atti a far cessare un’azione turbativa che, a suo parere, non trova alcuna giustificazione». Inoltre, «il Consiglio si trova oggi di fronte ad un caso di favoreggiamento di reato» di cui sindaco e Giunta dovranno rispondere, «a meno che non provvedano a fare le dovute denunce all’autorità giudiziaria». (2)

Meluzzi, brusco, propone che si passi subito alla votazione, senza discutere i problemi posti dall’avv. Ricci.

I dc Babbi e Bongiorno, il repubblicano avv. Luigi Benzi e il socialista Mario Macina ribadiscono il no alla demolizione. All’avv. Ricci, che aveva detto che nessuno avrebbe potuto pagare gli operai, l’avv. Benzi fa notare: «Ho potuto osservare che qualche carrettino di materiale prende il largo. In sostanza, i disoccupati si pagano in natura». Replica Ricci: «Indubbiamente ci si trova di fronte ad un reato di furto, e se le guardie preposte alla vigilanze non fanno il loro dovere, la responsabilità si accresce», e sventola di nuovo l’art. 361 del codice penale, sottolineando la responsabilità del sindaco che «oltre a non reprimere il reato, ne omette la denuncia». Ricci ammonisce: attenzione a non «scivolare su una buccia di limone». I reati (usurpazione e furto), sono gravi, a parere di Ricci, e debbono essere repressi. Babbi chiama in causa l’ingegnere capo che, in quanto incaricato della vigilanza, «è responsabile dei furti di materiale». Per il pci Meluzzi, il funzionario non ha colpe, e circa i «carrettini» si provvederà, se le cose stanno come è stato denunciato.
Il sindaco non interviene «attivamente» nel dibattito, perché colpito da afonia. Ma può soltanto riepilogare la discussione e mettere ai voti la proposta della Giunta, per la demolizione del Kursaal: che passa per 18 a 10, come abbiamo già visto all’inizio.

La dc, l’11 aprile ’48, quasi alla vigilia delle famose elezioni del giorno 18, diffonde un manifestò intitolato «Mostruosità»: «Oh vecchio Kursaal!!! Potevi ben figurare nella mostra della ricostruzione, ed invece ti demoliscono! Solo perché il sindaco ha avuto la fanatica volontà di distruggere te, che la guerra aveva risparmiato! Tu, Kursaal, cadi sotto i colpi di questo implacabile smantellatore, che assume per oggi e per domani, la responsabilità e la colpa di un danno ingentissimo al patrimonio cittadino, col disprezzo e la condanna dell’opinione pubblica».

L’arch. Mussoni conclude la sua importante ricostruzione storica con queste osservazioni: «Si è inaugurata così una lunga serie di demolizioni che in questi ultimi 40 anni hanno cancellato dal volto della città significative testimonianze della sua storia. Si è demolito il vecchio lavatoio comunale, dopo averlo restaurato. Si è demolito lo sferisterio. Si è demolita porta Montanara. Si è demolita l’area archeologica dell’anfiteatro: dopo le baracche di legno, sono arrivate le costruzioni di cemento. Si è demolita la fornace Fabbri, preziosa testimonianza di archeologia industriale. Si sono “murati” i resti del teatro romano in via Giordano Bruno, dentro un condominio di recente costruzione. E l’elenco è ben lungi, credo, dall’essere completo».

Fu proprio al Kursaal che Rimini tenne a battesimo nel 1936 quel Festival della canzone italiana che, nel dopoguerra, Sanremo ci “rubò”. L’organizzarono il maestro Antonio Di Jorio e mio padre, Valfredo Montanari, che raccontò a Gianni Bezzi del «Carlino»: «Il vero successo si ottenne l’anno successivo. Il 5 agosto 1937, cinquemila persone affollarono il Parco del Kursaal, il più raffinato edificio della città». In quell’intervista, mio padre definì il Kursaal non «un edificio, ma un personaggio» che «aveva una storia come tutti i “personaggi” che diedero la loro impronta, la loro voce, il loro spirito alla storia di una marina che accolse gente di ogni Paese». (3)

Antonio Montanari
[tratto da “Il Rimino“, n.876-6/12/2003]

Note.
(1) Cfr. A. Montanari, L’ultima estate di pace, «Il Ponte», 10.9.1989.
(2) L’avv. Ricci era stato eletto in una lista d’indipendenti, ma appoggiava la Giunta pci-psi, in polemica (per motivi di interesse personale) con il suo partito di provenienza, la dc, come mi spiega lo storico Liliano Faenza. Il Consiglio comunale, composto da 40 eletti, era così formato: pci 17, psi 10, indipendenti 1, dc 9, pri 3.
(3) Cfr. G. Bezzi, Sanremo ha “rubato” a Rimini il Festival della canzone italiana, Cronaca riminese de «Il resto del Carlino», 13.2.1962. Cfr. pure A. Montanari, Controstoria del nostro turismo-1936, Non eran solo canzonette, «Il Ponte», 26.3.1989.

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