“Ricordi di vita”

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“Viale Fiume”

Dirò subito allora COME E PERCHÉ, un mezzo calzolaio diventò un commesso di bottega.
Sono Armido Della Bartola, figlio di Giuseppe, calzolaio, e di Vittoria (Vittorina)  Mazzotti, contadina della Torre, di pascoliana memoria. Sono nato per l’appunto a San Mauro nel 1919, paese molto noto non solo per il Poeta ma anche per l’arte sutoria.
La mia famiglia, forse per migliorare il proprio tenore di vita, nel 1931 si trasferì a Bellariva, sul litorale riminese. Colà una maestra che insegnava alle elementari di quel posto ma già cliente di mio padre, guardando entusiasta i miei scarabocchi, disse ai miei: quello che fa questo bambino con la matita lo fa soltanto chi è particolarmente dotato: fatelo studiare! E poi di seguito: mi dica Giuseppe (e mi Bà), lei calzolaio, come ha fatto a chiamare questo figliolo, con un nome molto noto solo al femminile? Ma sgnoura mestra, quand c’avem fat quel che lè, me, a s’era sicuramoint imbariegh.
Mia mamma già lavandaia alla colonia Murri, sorridendo, annuiva. Mio padre aveva sempre l’arguta battuta di spirito e cioè quell'”Italum Acetum” di oraziana memoria (o di Terenzio?).
Passò qualche giorno e mentre mia mamma continuava a fare la lavandaia, io passai ancora al banchetto di mio padre sempre come apprendista. Erano tempi di grande miseria, una miseria che si poteva tagliare a fette con il coltello, tanto era spessa. Ma io non mi vergognavo di andare con un pentolino a prendere la minestra dei poveri che il parroco di Miramare preparava tutti i giorni per gli indigenti.• Poi, fulmine a ciel sereno, mio padre mi dice: adès Armido tè tvè a scola, i libri saranno di seconda, terza e anche quarta mano, mancherà anche qualche pagina, ma io non ho i soldini per comprarteli nuovi.
Allora, la mattina io dodicenne, partivo a piedi da Bellariva e passato il “rio” e i muri del tiro a volo, andando oltre, sul cancello della Villa Marvelli, incontravo un ragazzo che col tempo sarebbe stato assunto alla santità degli altari. Alla Stella Polare, svicolavo sulla strada ancora bianca che portava verso il prato della “Sartona”, attraversata la città, arrivavo alle commerciali Aurelio Bertola, la mia scuola, la scuola dei poveri, dicevano. Al portale della scuola, non mancava mai “Pippo” con i suoi bomboloni coperti di zucchero e gonfi di crema. Arrivò poi, ma anche troppo presto, la cattiva stagione con la pioggia e il “furiano” che preoccupò e non poco la mia mamma, tanto che mi portò da sua sorella che aveva una botteguccia di alimentari a Marina centro e allora col lavoro in bottega, la scuola era quasi a tempo perso•. Diventai così «ipso facto” un commesso di bottega e a detta di molti poi anche molto bravo.
Allora mi dovevo alzare molto presto perché con un carretto trainato a mano dovevo andare a fare gli acquisti di frutta e verdura in piazza Giulio Cesare dove, giornalmente, si svolgeva il mercato•. In questa piazza fra i tanti banchi troneggiava quel pilastro che ricordava quell’adlocutus famoso.
Allora io, alla ricerca di ciò che dovevo acquistare per la bottega andavo di banco in banco e mi sentivo anche chiamare: “vin iquè “mor” (e mor avrei dovuto essere io) – vin iquè e’aiò la bela persica, e da un’altro banco: Mor ai ho al Kaiser che agli è la fein de mond, e allora dovevo sentire se era tutto vero un po’ qui e un po’ là, mi facevo anche la colazione. Sulla piazza c’era un po’ di tutto, c’era quella profumatissima porchetta (Gabellini), c’era Totti con tutti i latticini, c’erano anche i fiori, ma ormai non potevo più perdere tempo e allora giù di corsa a scaricare il tutto in bottega. Sempre di corsa partivo verso la mia scuola dove sul portale c’era Pippo coi famosi bomboloni ma anche il preside Zennari che non si vergognava di scalciare (simbolicamente) il fondoschiena dei ritardatari abitudinari e a me, sorridendo, dava strada perché sapeva la ragione del ritardo e la sua gamba semirigida si muoveva appena come per un ‘tic’ nervoso. Nonostante tutto ricordo con nostalgia quel tempo così costellato di tanti compagni, poveri diavoli come me (non tutti però). •
Tempo che fù!

Nella bottega della zia si poteva comprare pane e pasta, frutta e verdura e anche banane che io andavo ad acquistare in magazzino sull’angolo di via Dante, dove poi trovò posto la “Casa del Corredo” e al piano superiore (mi pare) l’ufficio del Registro.
In quel tempo non esistevano ancora i frigo e allora i panetti di burro e qualche bottiglietta di birra compreso il formato piccolo (le balilla) si tenevano in una cassetta con il coperchio di legno con l’interno foderato di lamierino di zinco per il ghiaccio che io andavo a comprare in via Clodia (ma io non sapevo che cosa c’era in fondo a questa via, a s’era ancóra znin). Infatti nell’angolo di Corso Umberto (oggi Giovanni XXIII) c’era per l’appunto la fabbrica del ghiaccio. In quel tempo che ora mi pare tanto lontano, la Marina e la città erano collegate con dei tram che sferragliavano su rotaia. Molto spesso io usavo anche la bicicletta con un cesto applicato al manubrio per i piccoli acquisti magari imprevisti della bottega.
Questa bicicletta da uomo mi faceva stare seduto, si fa per dire, solo sulla canna perché seduto sul sellino, non riuscivo neanche a far girare i pedali. Una volta mi capitò di avere il cesto pieno di arance e proprio in viale Principe Amedeo davanti alla villa dei Carloni, quelli del gas, sono andato con la ruota anteriore nella rotaia dello scambio dove c’era un tram fermo per dare strada alla vettura che andava in senso opposto e già pieno di viaggiatori che si sbellicarono dal ridere al mio ruzzolone.
Tutti ridevano come per una comica di Ridolini, ma a me facevano male le ginocchia anche sanguinanti, mentre le arance ruzzolavano verso il mare fin verso viale Perseo.
Raccogliendo le arance disperse, mandai quei passeggeri tanto divertiti a fare una visita a quella famosa signora tanto celebrata più tardi dall’amico Federico in uno dei suoi migliori film•.
Effettivamente mi capitava di usare molto spesso la bicicletta e ora mi riusciva anche a far girare i pedali seduto regolarmente sul sellino. Qualche volta, di pomeriggio, mi prendevo anche un po’ di tempo e potevo arrivare in quella parte di città vecchia che in dialetto era conosciuta come “la Castlaza”. In questo particolarissimo rione popolare c’era un vecchio magazzino veneziano, diventato poi un laboratorio di falegnameria.
Mi fermavo allora per qualche ritaglio dí compensato che costavano così poco, per le mie esperienze pomeridiane di pittura (si fa per dire). Avevo la pittura e il disegno nel sangue e in ogni momento possibile, sfogavo questa mia passione.
Un falegname, quasi coetaneo, diventò tosi mio amico: si chiamava Gino Arcangeli e col tempo diventò un politico molto importante.
Anche lui come mè conobbe l’indigenza e la fame, quella vera da dover andare dalla famosa Dora a sfamarsi con patate bollite che lei preparava per quel morto di fame. In qui tempi la fame l’hanno provata in parecchi.
Ci siamo rivisti io e lui, e con piacere abbiamo ricordato il mondo di settantanni fa quando le donne del rione (autentico popolino) andavano in quelle case a pietire per le scarpe e il vestito dei loro pargoli che avevano la Cresima e la Prima Comunione.
Per quelle donne che si dicono malfamate, era un piacere grosso esaudire la loro preghiera. Forse a qualcuno questo darà fastidio ma è solo verità, la verità è sempre cruda e in molti casi assai indigesta ma non disse Santagostino e anche San Girolamo che è peccato nascondere la verità? Tutto ciò è forse una specie di salvataggio in angolo?
Una volta, sempre in bicicletta, mi scontrai con un ciclista di una certa età, non successe niente di grave ma quando questo signore, che a mio avviso, aveva torto marcio, si alzò da terra spolverandosi, mi mandò, incattivito, al diavolo, io per sfotterlo, gli dissi serenamente che “le curve strette non sono mai larghe”, lui allora lasciò cadere a terra la bicicletta e poi, imbestialito mi rincorse con intenzioni poco chiare e parolacce da facchino di porto.
Rimini col passaggio della ferrovia è sempre stata una città doppia, una specie di Buda-Pest dell’Adriatico. La gente del centro diceva: a vagh a mareina, e di contro i rivieraschi: a vagh in zità.
Dopo il passaggio del fronte, distrutto il cavalcavia, fu aperto un grande cancello in ferro per fare una specie di passaggio a livello che, attraversati i binari, praticamente, prolungava viale Principe Amedeo fino alla “Croce Verde” e quindi da corso Umberto a piazza Ferrati e con via Verdi fino a piazza Malatesta. Esisteva sul porto una pila che doveva sostenere il binario della Ravenna, ma disastrata, fu più tardi ncostruita da una piccola ditta di uno che oggi è conosciuto come il poeta dialettale di Torre Pedrera, Ulderico Mazzotti.
Strani ricordi dirà qualcuno ma torniamo alla bottega e al mio lavoro provvisorio di commesso.
Ricordo che col resto avevo anche la pulizia della bottega e anche della bilancia a due piatti con tutti i suoi pesi in ottone. Si usava per questa bisogna un liquido a base di caolino, acetosella e ammoniaca (evidentemente fatto in casa ma che in commercio era conosciuto come “sidol”).
Tutto veniva pesato su questa bilancia con un po’ di carta velina anche il prosciutto che io affettavo con apposito lungo coltello. Non mi vergogno di dire che molte clienti chiedevano a mia zia che il prosciutto glielo affettasse il nipote (pare fossi diventato molto bravo per questa bisogna).
In una bacinella si poteva mettere a mollo il baccalà, ovvero il merluzzo, quasi sempre proveninte dalla Norvegia. Il cliente esigente ma anche buongustaio, si raccomandava che fosse il “sangiovanni” da cuocere poi nel tegame con le patatine oppure da cuocere sulla graticola con l’odore dell’aglio, dell’immancabile rosmarino e alla fine condito con olio extra vergine di oliva, il migliore, quello delle nostre colline.• Il già ricordato buongustaio asseriva che il vero “sangiovanni” cotto per bene “us sfeva adbaca”.
Per inciso oggi si può dire che c’è una specie di corsa nel mettere a dimora piantine di ulivo anche nei giardini di casa e anche di città mentre la campagna si popolava di vasti uliveti per una più intensiva produzione di olio extravergine, che si usa sempre più con amore.
Per quanto concerne il vino, il nostro bene amato sangiovese, anche se non siamo arrivati al “doc” sono convinto che la terra dei Burgundi è come quella dei Malatesta.
Lo dice con orgoglio il sottoscritto: un primo premio come piccolo vinificatore in una competizione enologica del 1983 a Villa Verucchio.
Diceva mio padre, calzolaio, che faceva quel poco vino in un mastello: “E voin bon uns boi sol sia boca ma enca se noes”.
Il pomeriggio (quasi sempre) dovevo andare in banca per qualche tratta in scadenza e poi visitare i soliti magazzini all’ingrosso. Fra un compito e l’altro, a casa ovvero in bottega, dovevo interrompere lo studio per servire una cliente che chiedeva la varecchina, la saponina e la soda solvay per il bucato.
Il sapone ‘vero marsiglia’, per il bucato, era in stecche di mezzo metro che io potevo tagliare con un filo di ferro su archetto, secondo la quantità richiesta dalla cliente.
I magazzini all’ingrosso, uno era quello di Manzi, in via Mentana, poi quello di Donato Giaffredo, in quella viuzza che dalla “contrada dei Magnani”, mi pare portasse a una palestra scolastica, comunque prima dell’antica porta, vero reperto archeologico, che doveva essere la “porta montanara” quella che smontata e poi rimontata più volte nel tempo, tornerà più o meno dov’era, pare. Quando dovevo prendere un prosciutto per la bottega, nel magazzino infilavo uno spiedino di legno nel prosciutto scelto e poi me lo sfilavo sotto il naso e potevo così capire se era dolce o salato capire.
Tutto ciò pare roba da ridere ma un buon commesso di bottega, deve conoscere questo procedere. Mia zia mi mandava anche in pescheria per comprare il pesce per la casa e la prima volta comprai dei sardoncini acchè mancava poco che fossero quasi fradici, la zia allora mi istrui per bene: guarda gli occhi del pesce che devi comprare, se son mal messi quel pesce non è fresco. La volta dopo controllai per bene il pesce che volevo comprare e allora la pescivendola, mangiata la foglia, prese quel pesce e me lo sbattè in faccia; “piò fresch d’achsè uns pò e mi pataca” mi urlò la donna. Allora io mi son detto: a ragnè sa cal doni, ui è mezi che ut’ariva ados enca tot e peso dia casseta… tent l’è pesc che un spò piò vend perché za mez freid e puzulent.
Praticando la pescheria, dopo parecchio tempo, imparai a conoscere tutti i pesci del nostro mare, i loro nomi e cognomi, per doverli dipingere nelle mie nature morte in cartocci di carta gialla e di giornale. Era uso in quel tempo usare la carta di giornale al quale si era tolta la testata per la resa mentre il resto si comprava, a peso. Come già detto, i compiti a casa io li facevo sul bancone in marmo della bottega. Vicini avevo i barattoli delle acciughe sotto sale, quella del tonno sott’olio e i molti vasi, verticali, in vetro per i sottaceti. Dall’altra parte avevo il formaggio grana e lo squaquerone e poi i cioccolatini e anche quadretti di cioccolato con inserite le figunne per le collezioni, tanto seguite in quel tempo. Allora imparai a conoscere tutti i grandi campioni dello sport e gli aviatori che dettero filo da torcere a tutto il mondo nella Coppa Scheider da Mario De Bernardi al sergente Agello con tutti gli altri della grande velocità di Desenzano sul Garda. Imbattuto resta e famoso il record del mondo battuto da un Macchi Castoldi; per volanti con motore a pistoni.
Tutto ciò che non conoscevo, mi interessava tanto che ebbi modo di comprare il “poliglotta moderno”, libro con la grammatica e le risposte pronte all’uso, in lingua tedesca. Premonizione?
Mentre frequentavo la terza, i miei genitori avevano cambiato casa, finendo al numero 32 di viale Mantegazza, sempre a marina centro di Rimini. Tutto ciò che c’era da leggere lo facevo mio anche se dovevo andare a razzolare nel rusco dei molti insegnanti della zona. Allora i brandelli di libro, soprattutto di latino, li leggevo ad alta voce vicino al banchetto di mio padre anche se io capivo ancora poco, figuriamoci lui.
In viale Mantegazza, nella buona stagione, mio padre col suo banchetto, lavorava fuori casa quasi in strada. Ogni passante diventava allora motivo di saluto o di motteggio, passava anche un signore molto importante e si scambiavano allora saluti alla voce. Quando però mio padre allungava la mano, la risposta era un solo dito. Lui allora pensò male e come tutti i ciabattini, un po’ pazzerelli e incattivito: “Che doid, sgnour count, u se meta te c…” .
Aveva preso l’abitudine allora di fermarsi per quattro chiacchere un professore, già pensionato, che si chiamava Vannini. Lui aveva casa in viale Nazario Sauro e gli piaceva sedersi vicino a qual burlone di Giuseppe (e mi Bà), così ridanciano e un po’ pazzerello. Per inciso, posseggo di lui un ritratto che io gli feci a pastello e conservo ancora come caro ricordo.
Avevo preso gusto in questo lavoro di bottegaio e dopo la terza, brillantemente superata, sicuramente sarebbe finita tale gustosa esperienza. Di quel tempo ormai lontano, mi sono rimasti nella memoria un Piero Celli (poi sommergibilista) e anche compagno nelle nostre birichinate giovanili. I fratelli Augusto e Antonio Mazzoni, il primo così refrettano alla scuola ma poi con mia grande sorpresa, me lo sono ritrovato direttore della Banca d’America e d’Italia a Milano, il secondo invece già critico musicale alla RAI, finito cieco nella sua amatissima Firenze. Mi ricordo poi un Oberdan con una mamma sempre alle prese coi soldi per la spesa. Ufficiale pilota si era guadagnato una medaglia d’argento, poi penalista a Milano, scrisse alla fine due libri di poesie che volle caramente dedicarmeli col ricordo del nostro mare e della sua, nostra, Rimini, dove era tornato per finire i suoi giorni. Completo questi ricordi con un Renato, docente dell’università felsinea. Di lui ricordo e non con molto piacere che mentre eravamo a pranzo e parlottando del più e del meno del mio lavoro di pittore dissi che avevo diverse mostre in preparazione e una anche a Bologna, lui senza che finissi il mio dire tagliò corto: io non ho tempo per le mostre, non aspettarti nulla da me!
Io naturalmente ci sono rimasto male… e allora non rimase che: At salut, compagno dei tempi belli… An l’ho piò vesti. Mei achsè!
Intanto le condizioni economiche della mia famiglia erano migliorate tanto che, su consiglio di quel professore, diventato amico di mio padre, io non avrei dovuto più  fare il commesso e neanche il calzolaio. Si prospettò subito la figura di quel prete latinista che tutti i riminesi chiamavano “don Luvis”.
Nello stanzone di casa sua, lungo i bastioni orientali, lui partiva subito con rosa-rosae per arrivare sparato ai classici, per un «esame integrativo per la quarta magistrali».
Molti giovani riminesi hanno conosciuto quello stanzone di quel monsignore tanto buono e comprensivo che ogni tanto, per rendere meno austero l’argomento tanto severo, non dimenticava di ripetere: est modus in rebus (ma qualcuno birboncello, mormorava fra i denti: ‘do pali’) lui apriva la porta del cortile e con reiterati pi …. pi, chiamava le sue gallinelle per il becchime che aveva buttato fra le nostre gambe.
Avevo così finito di fare l’onesto bottegaio con le lodi di tutti. Molto tempo dopo però un commerciante mi disse: ricordati sempre che l’onesto commerciante è un disonesto!
Ma che sia vero? Intanto lui adesso viaggia in Ferrari… Um ven un dobi!!•

Armido Della Bartola (1919-2011)
(proprietà letteraria riservata, 5/2004)

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