Rimax e il tesoro dei Templari

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Capitolo 13 – 1307 Il tesoro dei Templari

Il cavaliere, stremato ed imbrattato di fango, arrestò il cavallo dietro l’abside della chiesa, dove un garzone accorse per aiutarlo a scendere dalla cavalcatura. Scostandosi il pesante mantello da viaggio dalla spalla e liberando, per prudenza, l’impugnatura della lunga spada che aveva affibbiata al fianco, si diresse verso la porta che gli veniva indicata. Questa si aprì prima che lui vi arrivasse e dall’apertura fuggì a coda bassa, soffiando minacciosamente contro chi stava alle sue spalle, un grosso gatto.
– Fila via dalla mia dispensa, gattaccio! Se ti becco di nuovo a curiosare fra i miei prosciutti ti aizzerò contro i miei mastini! – urlò un omone corpulento apparendo sull’uscio impugnando una ramazza. Nel riconoscere l’oste il cavaliere, sollevato, tolse la mano dalla spada e, chinata la testa per superare il basso architrave, entrò nell’edificio.
Poco dopo, seduto ad un tavolaccio davanti al camino acceso, sorseggiava vino da una coppa di peltro, mentre raccontava alle persone presenti nella stanza quello che era stato incaricato di riferire ai fratelli della congregazione.
– Sono sfuggito alle loro grinfie per miracolo ed ho cavalcato giorno e notte per arrivare ad avvertirvi: avrò sì e no un giorno di vantaggio sugli inseguitori e prima che la notizia divenga di dominio comune. Filippo il Bello alla fine ha rotto gli indugi – disse il cavaliere dopo aver bevuto un lungo sorso – in Francia ha fatto piazza pulita dei nostri Templi, delle Capitanerie e delle case fortificate. Dal canto suo la Chiesa ha dichiarato eretico il nostro ordine e insieme a Filippo in una notte hanno incamerato tutti i nostri tesori spartendoseli. Hanno concertato in gran segreto i loro movimenti e si sono mossi imprigionando nell’arco di una notte, i nostri comandanti. Io mi sono salvato per miracolo e sono fuggito per venirvi ad avvertire.
– Sono gravissime le notizie che ci porti – fratello – nella sola Francia sono migliaia gli edifici sotto la nostra giurisdizione la cui rendita annuale sarebbe sufficiente a comprare un’intera nazione. In effetti ci aspettavamo che il re prendesse posizione ma non così drasticamente e così in fretta.
– E’ indebitato fino al collo. Facendoci dichiarare eretici ha azzerato i suoi debiti ed anzi si è arricchito ulteriormente!
– E la Chiesa lo sostiene, dici? – interloquì l’oste che nascondeva sotto quella professione insospettabile il suo vero incarico di ufficiale di collegamento dell’ordine.
– La Chiesa gli ha infilato la pulce nell’orecchio, piuttosto. Ha tutto l’interesse ad impadronirsi delle nostre ricchezze. Noi abbiamo fatto voto di povertà, ma gli esponenti del clero…. Beh, loro…. –

Il ceppo nel fuoco, ormai morente, scoppiettava e spargeva nuvole di scintille nella penombra. Liberati i piedi dagli stivali il templare allungava le dita anchilosate verso il fuoco, stiracchiandole con voluttà.
– Ho scelto di venire direttamente qui – stava raccontando – piuttosto che fermarmi a Milano o andare a Firenze perché Rimini è un nodo stradale di primaria importanza ed un porto molto trafficato. Non ho dimenticato che buona parte del nostro denaro ci arriva via mare. Qui dovrebbe essere costudita una grande parte delle nostre ricchezze. In questo momento di pericolo dobbiamo mettere in salvo tutto ciò che è possibile!
– C’è molta verità in quello che affermi – gli rispose uno degli uomini intorno al tavolo – ed effettivamente una parte del tesoro è nascosta proprio in questa città, ma – ed alzò un dito ammonitore – non aspettarti che ti diciamo dove.
– Di quale parte parli, della Coppa? Oppure del Chiodo?
– Ssst! Non sono qui, quelle reliquie sono al sicuro in un nascondiglio guardato da persone fidate. E del Chiodo non è rimasto nulla, oppure non lo sai? –
– Col Chiodo è stato forgiato un anello – il cavaliere si grattò pensosamente la radice del naso – volevo solo verificare. –
– Beh, a Rimini abbiamo solo oro. E pietre preziose. Anche i documenti che attestano i nostri possedimenti di case e terreni sono altrove.
– Case e terreni sono ormai perduti. A nessun balivo o siniscalco verrà in mente di contrastare il Re di Francia o il Papa quando questi invalideranno i lasciti e avocheranno a sé tutte le ricchezze.
– Ci siamo arricchiti attraverso lasciti, versamenti di ingenti somme di denaro, donazioni di terre, casali e castelli da parte di coloro che hanno deciso di unirsi all’ordine. Era necessario, dovendo professare voto di povertà. E grazie aI privilegio papale di essere esentati dal pagamento di tasse e gabelle siamo diventati sempre più potenti e sempre più temuti. Questo, fino ad ora – terminò, fissando i suoi interlocutori.

– Il nostro ordine è condannato – riprese a parlare il cavaliere – accusandoci di eresia i nostri nemici ci hanno messo fuorilegge; l’unica alternativa che ci rimane è quella di raccogliere tutte le ricchezze che riusciamo a radunare e raggiungere via mare un posto sicuro in oriente dove poter gettare le basi per poter ricominciare la nostra lotta.

Buona parte delle persone nella stanza scossero il capo.
– Dovremmo quindi abbandonare tutto ciò che abbiamo qui? – dissero – la nostra chiesa di San Michele, i magazzini e i fondachi? Fidarci della tua parola? Ma tu chi sei? Noi non ti conosciamo, quali credenziali puoi mostrare che sei davvero l’inviato di Jacques de Molay, il Gran Maestro dell’Ordine?
Senza distogliere gli occhi dal gruppo di persone accalcate attorno al tavolo l’uomo estrasse da una tasca del giustacuore un anello di ferro. Alla luce del fuoco il grosso rubino che vi era incastonato mandò riverberi sanguigni sulle facce dei presenti e sulle pareti.
– Non ho credenziali con me, vi posso solo mostrare il suo anello – disse – porgendolo all’oste e aspettando che, dopo averlo esaminato passandoselo di mano in mano, gli uomini glielo restituissero.
– E’ solo un anello – disse l’oste porgendoglielo – uno come tanti. Come facciamo ad essere sicuri che è quello del Gran Maestro, quello forgiato col Chiodo? –
Senza parlare l’uomo riprese l’anello, lo infilò al dito medio della mano sinistra e agendo su una molla segreta fece ruotare la gemma facendo apparire il sigillo dell’ordine: due cavalieri appaiati, simbolo del monaco soldato. Chiuse la mano a pugno e lo mostrò agli astanti, nel più completo silenzio.

Portarono al cavaliere di che sfamarsi in attesa che scendesse la notte. Lui era talmente stanco che non si accorse degli sguardi d’intesa che saettavano fra gli uomini coi quali aveva parlato. Senza far caso al loro confabulare si gettò voracemente sul cibo. Poco dopo sentì il gatto strusciarsi contro la sua gamba e sorridendo gli diede una grattatina dietro le orecchie e se lo tirò in grembo permettendogli di leccare il piatto di peltro dall’unto rimasto. “Mi spiace micio” gli sussurrò “avevo fame, non è rimasto niente!”
Più tardi, alla luce delle fiaccole l’oste accompagnò l’emissario dell’ordine lungo la via dei Magnani fino a raggiungere la casa sicura dove avrebbe passato la notte. Li accompagnavano alcuni degli uomini che avevano partecipato alla riunione e dietro a loro, scivolando silenzioso nelle ombre, veniva Rimax. Alcuni di quegli uomini camminando sbocconcellavano dei cosciotti di pollo e lui, dopo essere stato cacciato via al mattino dalla cantina dell’osteria, non era riuscito a trovare nemmeno un bocconcino quindi si era accodato con la speranza di riuscire a rimediare qualche osso da spolpare. Non considerava certo una cena l’aver leccato il piatto del cavaliere!

Giunti che furono alla casa, che si trovava all’incrocio con la strada della Liscia Grossa l’oste battè sulla porta alcuni colpi secondo un codice convenuto. Pochi istanti dopo l’uscio si aprì girando sui cardini cigolanti e gli uomini entrarono, senza far caso al gatto che si infilava rapidamente fra le loro gambe.

Scesi in cantina e infilate le torce nei supporti infissi nel muro diedero mano ai badili ed alle pale ed in breve tempo scavarono una grossa buca nella parte centrale del pavimento di terra battuta fino a che un rumore sordo non li avvertì che erano arrivati al termine della loro ricerca. Un attimo dopo trascinarono fuori dalla fossa una pesante giara e la vuotarono sul pavimento in un rutilare di monete d’oro e gemme sfavillanti.
– Ecco il tesoro che cercavi, è tutto tuo! – disse l’oste, e in un attimo si portò alle spalle del cavaliere, l’afferrò per le braccia tenendolo stretto contro sé gridando – ora! – mentre uno dei suoi accoliti, estratto uno stiletto, lo colpiva al petto.
L’uomo si afflosciò nella stretta dell’oste, senza avere il tempo di emettere il benchè minimo lamento. Immediatamente l’oste si impossessò della spada del cavaliere e con un unico, possente fendente, lo decapitò, tranciandogli, per la potenza del colpo, anche una mano.
– Dovevamo proprio ucciderlo? – disse l’uomo con ancora in mano lo stiletto insanguinato – non sarebbe bastato stordirlo e fuggire con il denaro e le gemme?
– Ci saremmo sempre lasciati alle spalle uno scomodo testimone. Ora invece nessuno verrà a sapere nulla e potremo spartirci i soldi in tutta tranquillità. Quindi…. Chi è che grida?
– E’ la voce di Guidobaldo che era di guardia alle porte della città.
L’oste non ebbe il tempo di fare alcun commento che costui era già entrato in casa tutto trafelato portando la notizia che le milizie del Papa erano già entrate in città e si stavano dirigendo proprio lì con l’ordine di arrestare tutti i cavalieri templari.
Nello sconcerto generale però l’oste non perse la calma.
– D’accordo – disse – questo complica le cose ma ascoltate bene cosa faremo. Dovremo aspettare che le acque si calmino quindi adesso ributteremo il tesoro nella fossa assieme alla giara e al corpo di quest’uomo e livelleremo bene il terreno così com’era prima. Abbiamo aspettato il momento adatto per tanto tempo e aspettare ancora un po’ non ci ucciderà di certo. Ognuno poi lasci la città nella maniera che preferisce: ci ritroveremo tutti al convento di Sant’Igne e aspetteremo con calma il momento migliore per ritornare. – Detto fatto, si mise alacremente a spalare, imitato dai compagni.
Fu mentre livellavano accuratamente la terra che si accorsero di aver dimenticato di seppellire la testa del morto. Immediatamente Guidobaldo l’afferrò e salì a precipizio le scale.
Rimax teneva le gengive sollevate sui canini, lui odiava l’afrore del sangue umano, e così non appena Guidobaldo aprì la porta si affrettò anche lui ad uscire all’aria aperta. Pochi istanti dopo udì il tonfo di qualcosa che cadeva nell’acqua della fossa dei Mulini che costeggiava la strada mentre Guidobaldo tornava verso la casa a mani vuote.

Il gatto stava ancora indugiando davanti alla casa quando i congiurati ne uscirono proprio nel momento in cui un folto drappello di soldati girò correndo l’angolo della strada.
– Fermatevi, in nome del Papa – gridò una voce – sappiamo che siete cavalieri Templari, deponete le armi! –
La scaramuccia fu breve ma sanguinosa, erano troppi gli sgherri del Papa e i loro ordini precisi: nessuno dei congiurati scampò.

Rimax attraversò cautamente la strada facendo attenzione a non mettere le zampe nelle pozze di sangue. L’odore che odiava gli faceva girare la testa. Accelerò l’andatura e svanì nella notte.

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