Rimax e il treno armato

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Capitolo 14 – Rimax e i7011B165-C8D5-4C57-8F31-DF7EBE88879Fl treno armato

Rimax oziava al sole disteso su una panchina della nuova stazione ferroviaria, inaugurata l’anno precedente con gran partecipazione di folla e strepito di ottoni. La Municipalità dopo aver discusso a lungo sulla necessità di costruire un nuovo edificio, più consono ai tempi e all’accresciuto volume di traffico dovuto all’aristocratica clientela che aveva cominciato a frequentare il lido, l’opera era stata portata a termine ma, subito dopo la cerimonia, il traffico di viaggiatori e di turisti era calato in maniera certo non pari attese. Rimax osservava i cavalli imbrigliati alle stanghe dei calessi agitare nervosamente le orecchie e le code, il lungo muso infilato nel sacco della biada. La lunga fila dei fiacre attendeva, inoperosa, all’ombra dei platani del viale.

La comunità austroungarica, abituale frequentatrice del lido, era rientrata frettolosamente in patria l’anno precedente mentre nere nuvole di guerra si andavano addensando sull’Europa e l’entrata in guerra dell’Italia, il 24 maggio aveva di fatto posto termine alla speranza che quella danarosa clientela potesse ritornare.

Proprio all’alba del primo giorno di guerra, anzi, mentre la città era ancora addormentata, l’incrociatore austriaco Sankt Georg, accompagnato da due torpediniere, era comparso davanti alla città, a un paio di chilometri dalla riva, ed aveva aperto il fuoco contro il ponte ferroviario sul Marecchia, continuando il bombardamento per venti minuti contro la città disarmata, colpendo alcune case del centro città.

Successivamente il 18 giugno lo stesso incrociatore corazzato accompagnato da sette siluranti, dopo aver gettato l’ancora a poca distanza dalla riva, aveva nuovamente preso di mira il ponte e la stazione ferroviaria per una quarantina di minuti.

La città non aveva armi da opporre al nemico che cannoneggiava standosene fuori portata delle poche e obsolete difese costiere che erano state approntate alla bell’è meglio. Alla numerosa flotta peschereccia fu impedito di uscire in mare aperto, un po’ per il timore di essere preda delle navi nemiche e soprattutto per la presenza di campi minati, anch’essi causa, nei primi giorni del conflitto, di perdite dolorose fra la marineria riminese.

Non potendo uscire a pesca venne meno anche uno dei prodotti alimentari abituali fino a che non fu permessa l’uscita in mare di piccole barche a remi, rigorosamente prive di albero e di vela. La città di notte rimase buia, anche i fanali stradali vennero oscurati.

Poi però a qualcuno venne un’idea….

Sbuffando alte colonne di vapore le due locomotive, una davanti e una in coda al convoglio, spinsero lentamente il treno in stazione fino a farlo fermare sul binario morto che occupava abitualmente quando non era in stato di allarme. Mentre i marinai scendevano dai carri armati con cannoni e dal carro comando, i ferrovieri addetti si affrettarono a collegare alla seconda locomotiva la parte logistica del treno, cioè le carrozze con gli alloggi degli ufficiali e dei marinai, il carro cucina e il carro deposito materiali.

Il guardiamarina si fermò sul predellino della carrozza comando controllando l’uscita dai carri degli uomini. Era stato trasferito a quel reparto solo il giorno prima e ancora non conosceva a puntino le complesse dinamiche di quel comando.

Uno dei marinai gli chiese il permesso di allontanarsi un momento e, ottenutolo, si incamminò lungo i binari.

– Non ti allontanare dal treno, però – lo ammonì il guardiamarina – l’ordine di ripartire potrebbe arrivare nuovamente da un momento all’altro. –

– Arrivo solo fino all’ufficio postale a controllare se è arrivata posta per me – rispose il marinaio, allontanandosi.

– Tutte le volte che torniamo in stazione lui corre a controllare se è arrivata posta – disse il guardiamarina rivolgendosi al suo superiore – e il bello è che mi ha confessato di essere analfabeta!

– Beh, se è per questo la posta può farsela leggere da chi sa leggere e scrivere e magari fargli anche scrivere una risposta – gli rispose il tenente di vascello, fermo anche lui sul predellino del vagone. –

– Ah, ma proprio qui viene il bello: anche la fidanzata è analfabeta!

– Ma allora come?….

– Si scambiano lettere con dentro un foglio bianco: per loro è sufficiente ricevere posta per sapere che ognuno dei due pensa all’altro.

– Ah, quando c’è l’amore! – sospirò l’ufficiale arricciandosi i baffetti impomatati secondo la moda dell’epoca.

– Allora, c’era posta? – chiese il guardiamarina al marinaio che tornava verso il treno a passo lento. –

– No, c’era solo questo gatto – rispose quello grattando dietro le orecchie il gatto che teneva in braccio. – Mi ricorda tanto quello che ho a casa.

– Va bene, coccolatelo pure fin che vuoi, ma quando arriverà l’ordine di partire il gatto dovrà restare a terra. Il regolamento vieta la presenza di animali sul treno.

– D’accordo capo – rispose l’altro – non si preoccupi – e, sempre tenendo in braccio il gatto, andò a sedersi su una panchina dove altri marinai oziavano fumando e chiacchierando.

Il gatto osservava con curiosità le potenti locomotive agganciate al convoglio in sosta sul binario. Le caldaie, alimentate di continuo dagli addetti e tenute sotto pressione, vomitavano nel cielo terso nuvole di vapore, sbuffando sonoramente, mantenendo il convoglio pronto a partire al minimo preavviso.

Dietro il tender del carbone erano agganciate due piattaforme corazzate sulle quali era inchiavardata una serie di lunghi cannoni da marina puntati verso il cielo e verso il mare. A questi era agganciato il carro con il munizionamento e quindi il carro comando prima della seconda locomotiva che trainava tutti gli altri vagoni necessari ai marinai. Tutto il convoglio era organizzato come una nave in modo che potesse trasferirsi in su e in giù per la costa lungo i binari come se seguisse una rotta fissa in mezzo al mare.

– I tedeschi sono fatti così – il tenente di vascello aveva preso da parte il guardiamarina cercando di indottrinarlo – e non lo dico per partito preso ma perché queste sono le direttive dell’alto comando che le ha anche pubblicate su un opuscolo informativo distribuito agli ufficiali in comando. Presumo che sia stato consegnato anche a lei. No? Non lo ha ricevuto? Allora le riassumo l’idea di base.

Ai tedeschi manca la fantasia che abbiamo noi latini. Se gli succede di essere in più di tre persone non saranno in grado di decidere come comportarsi senza avere un regolamento che gli dica quali regole seguire. Perché il tedesco è bravo a eseguire gli ordini, è inflessibile, logico, metodico, ma in quanto a fantasia….

Ci hanno attaccati supponendo di trovare bersagli facili ed indifesi, convinti che per noi fosse impossibile armare tutta la nostra costa bassa e sabbiosa e difendere le città dai loro attacchi. –

Con un gesto affettato si rimise a posto il monocolo che gli era scivolato via ed aggiunse con enfasi – Fantasia! Quella che loro non potranno mai avere! Noi invece di fantasia ne abbiamo in abbondanza e glielo abbiamo fatto vedere! Certo non si aspettavano che rispondessimo mettendo i cannoni sui treni. Lei guardiamarina è appena arrivato e non ha ancora fatto in tempo a rendersene conto, ma è stato calato in un meccanismo perfetto, un meccanismo che abbiamo dovuto inventare di sana pianta alla faccia della perfezione teutonica!

– Veramente avremmo di fronte gli austriaci – obiettò il guardiamarina

– Sono tedeschi anche loro! Hanno imparato in fretta dai loro cugini il modo di comportarsi con crudeltà venendo a bombardare dal mare le nostre città indifese, subito, proprio la prima mattina di guerra. Obiettivi civili, per giunta!

Ma ora le spiego in linee generali come siamo organizzati – aggiunse – i treni possono raggiungere una velocità di circa sessanta chilometri l’ora, pertanto sono posizionati lungo l’intera linea proprio con intervalli di questa durata coprendo tutta l’estensione della ferrovia che corre lungo la dorsale adriatica, fino a Bari. A volte ci spostiamo lentamente pattugliando il nostro tratto di sessanta chilometri, a volte ci appostiamo lungo la linea approfittando del buio e dell’oscuramento delle nostre città per cogliere di sorpresa le navi nemiche che si presentano al largo. O, se è per questo, anche gli arei. Non appena viene lanciato l’allarme per telegrafo o per telefono, della presenza di un convoglio nemico, siamo in grado di raggiungere il punto dell’avvistamento al massimo in trenta minuti. Dal momento che il treno si ferma in posizione, fissa i martinetti idraulici per mantenere l’allineamento dei vagoni e il cannone fa fuoco passano appena, dico appena, quaranta secondi! Ah! Dia retta a me, guardiamarina – terminò boriosamente il discorso – gliela faremo vedere noi a quei mangiapatate! –

Il guardiamarina assentì doverosamente al discorso del suo superiore, sebbene pensasse in cuor suo che quei discorsi non erano che propaganda militare, verità di regime buona a infiammare i cuori ingenui e puri dei patrioti che credevano in un’Italia finalmente unita e libera.

A Rimax, disteso al sole lì accanto, quei discorsi non interessavano. Piuttosto aspettava il momento in cui i due si sarebbero allontanati per poter sgattaiolare di nascosto nella cambusa e sgraffignare qualche bocconcino prelibato. O magari, se era di turno quel grasso cuoco napoletano che lo vezzeggiava e lo coccolava di continuo, poteva fare una visitina alla cucina.

Doveva entrare con circospezione, però. Non sempre era di turno il napoletano e dell’altro cuoco, un vicentino, non si fidava: aveva sempre un così strano modo di guardarlo…

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