La guerra d’Italia!

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La Costa Adriatica d'Italia con le località attaccate da aeroplani e navi austriache la mattina del 24 maggio.

La Costa Adriatica d’Italia con le località attaccate da aeroplani e navi austriache la mattina del 24 maggio.

In fronte a questa Cronaca Settimanale della Guerra prendono il primo posto da oggi, le notizie – che tutti ansiosamente aspettano e ricercano – sulla guerra che l’Italia, il 23 maggio, domenica, alle 15:30, ha dichiarato all’Austia-Ungheria. In Roma l’ambasciatore austriaco barone Macchio, si presentò, a quell’ora, al ministro Sonnino a chiedere i passaporti, mentre a Vienna l’ambasciatore italiano D’Avarna, presentando la dichiarazione di guerra, chiedeva i proprii.
A decorrere dal 23 vennero dichiarati in istato di guerra il territorio delle provincie di Sondrio, Brescia, Verona, Belluno, Udine, Venezia, Treviso, Padova, Vicenza, Mantova, Ferrara e quello delle isole e dei Comuni costieri dell’Adriatico, nonchè di tutte le fortezze riconosciute in istato di resistenza per ordine dei ministri della Guerra e della Marina.
Lo « stato di resistenza » è di creazione recente: per esso nei territori che circondano certe determinate fortezze, trovantisi in certe determinate condizioni, è consentita la coesistenza dei poteri civili e di quelli militari; al contrario che nei territori dichiarati senz’altro in istato di guerra, ove i poteri civili sono soppressi ed hanno forza ed azione soltanto quelli militari.
La mattina del 23 fu pure pubblicata in tutta Italia la mobilitazione per quel giorno stesso, e per i giorni 24, 25 maggio e 1° giugno, di una sequela e varietà di classi e categorie delle varie armi dal 1876 al 1895 inclusi, accolta dal paese dovunque con la maggiore serenità e con manifestazioni di popolare esultanza. Il 23 il Re firmò i reali decreti-legge disciplinanti la stampa, per la quale è ristabilita la censura preventiva; il diritto di riunione; il mantenimento dell’ordine pubblico; il diritto di controllo sulla corrispondenza privata; la posizione nei porti italiani delle navi mercantili nemiche, ecc.
Fu dichiarato aperto dal 23 l’arruolamento volontari, dai 18 anni in su, senza limite di età, presso tutte indistintamente le armi dell’esercito, non volendo il governo corpi volontari speciali.
Il 21 venne annunziato uflicialmente da Berna che gl’interessi degli italiani in Germania e gli interessi germanici in Italia saranno tutelati dagli agenti diplomatici svizzeri. Gl’interessi degli austriaci in Italia vennero affidati alla Spagna, e quelli degli italiani in Austria agli Stati Uniti.
La sera del 23 partirono da Roma per il Quartiere Generale i capi supremi dello Stato Maggiore Generale, tenenti generali conte Cadorna, e conte Porro, sotto-capo, con numerosi altri ufficiali, salutari alla stazione dal presidente dei ministri Salandra, e da scelta folla plaudente.• Il Re preparavasi il 24 a trasferirsi egli pure al Quartiere Generale.
Il 23 a Vienna, in dipendenza della situazione creata dalla dichiarazione di guerra dell’Italia, dimettevasi da ministro degli esteri il conte Burian, succeduto sei mesi sono al conte Berchtold, e non persuaso, pare, della politica seguita dall’Austria verso l’Italia. Dicesi debba succedergli il presidente dei ministri ungheresi, conte Tisza, fautore della guerra a fondo ed uno dei maggiormente responsabili della politica estrema seguita dal 1914 dall’Austria.
La sera del 24 lasciavano Roma gli ambasciatori austriaci Macchio, (accreditato presso il governo italiano) e il principe di Schonburg Hallenstein (accreditato presso il Vaticano). Contemporaneamente, chiesti i passaporti, partivano il principe di Bülow e la sua consorte, ed i ministri di Prussia e di Baviera presso il Vaticano; e così pure dalle varie principali città italiane i consoli generali.
L’intervento dell’ Italia è stato accolto con entusiasmo in Francia, in Inghilterra, in Russia, non meno che dalle oppresse popolazioni del Belgio. Il ministro francese della Guerra ha diretto il 23 ai generali Joffre e Gouraud il seguente telegramma:
«Abbiamo ricevuto dal nostro ambasciatore a Roma il seguente dispaccio : « A datare da domani, 24 maggio, l’Italia si considera in stato di guerra con l’Austria-Ungheria ». Le nostre truppe accoglieranno con gioia ed entusiasmo la notizia dell’entrata in azione della nostra sorella latina. Fedele al suo glorioso retaggio, l’Italia si leva per combattere a fianco dei nostri alleati e del nostro esercito per la civiltà contro i barbari. Dando ai nostri fratelli d’armi di ieri e di domani un cordiale benvenuto, salutiamo nel loro intervento un nuovo pegno della vittoria definitiva. Firm.: MILLERAND ».
L’Imperatore d’Austria dal canto suo ha diretto ai « suoi popoli » ed al suo esercito, un proclama dove parla, naturalmente, del « tradimento » italiano. Egli, con ristretta mentalità, rievoca la guerra d’Italia del 1848 e del 1849, e del 1866 (dimenticando affatto quella del 1859) ma si limita a proclamare che saprà « difendere con successo anche a sud i confini della Monarchia ». Manco male che il programma è puramente difensivo, sul genere, forse, della difesa spiegata in Galizia!

La prima giornata di guerra fra Austria e Italia: 24 maggio.

Le notizie che fanno battere ansisamente il cuore di tutti gl’italiani, non possono essere date, in omaggio alla legge, che in un rapido riassunto, quale lo offrono i telegrammi ufficiali:
« Alle ore 3 antim. del lunedì del 24 maggio un cacciatorpediniere italiano entrava a Porto Buso, presso il confine italo-austriaco, distruggeva il pontile della stazione e quello della caserma e affondava tutti gli autoscafi raccolti in quel porto. Nessuna perdita nel personale e nessun danno al materiale ha subìto il cacciatorpediniere italiano. Il nemico ha avuto due uomini uccisi e 47 prigionieri, tra i quali un ufficiale, e 15 sottufficiali, i quali sono stati trasportati a Venezia.
« Era previsto che, appena dichiarata la guerra, vi sarebbe stata un’azione offensiva contro la nostra costa adriatica, intesa a produrre un effetto morale anzichè a raggiungere un obbiettivo militare. Ma si era provveduto per fronteggiarla, rendendola di brevissima durata.
« Difatti piccole unità navali nemiche, specialmente cacciatorpediniere e torpediniere, dalle 4 alle 6 di mattina del 24 hanno tirato colpi di cannone sulla nostra costa adriatica.
« Anche due aeroplani hanno tentato di attaccare l’arsenale di Venezia lanciando undici bombe, senza causare gravi danni. La maggior parte cadde in acqua. Una bomba cadde verso le quattro sul tetto della casa del signor Pagani in Fondamenta Tagliapietra, n. 3250, presso Ca’Foscari. Un’altra a Santa Marta senza alcun risultato. Un’altra ancora in Calle delle Locande. Gli aeroplani oltre che bombe gettarono anche delle frecce lunghe, recanti scritto in lingua francese: « invenzione francese, applicazione tedesca ». Gli aeroplani sono stati cannoneggiati dall’artiglieria anti-aerea, fatti segno a un fuoco di fucileria, e attaccati da un nostro aeroplano e da un dirigibile che volavano sull’Adriatico.
« Navi austriache leggere hanno attaccato Porto Corsini (Ravenna), che rispose immediatamente e costrinse il nemico ad allontanarsi subito; Ancona dove l’attacco, diretto specialmente a interrompere la linea ferroviaria, cagionò danni facilmente riparabili, mentre nel porto rimase incendiato ed affondò un piroscafo tedesco; Barletta dove l’attacco fu compiuto da un esploratore-cacciatorpediniere, che colpì la stazione, la banchina, il serbatoio della nafta; ma una nostra nave scortata da silurante lo mise in fuga e pare sia rimasto molto daneggiato.
« A Jesi aereoplani nemici gettarono bombe sull’hangar del dirigibile ma senza raggiungere l’obbiettivo ».
Notizie « non ufficiali » dicono che a Rimini verso le 3 della mattina fu avvistata dal semaforo una nave a tre fumaiuoli battente bandiera italiana (sarà magari stata la bandiera ungherese, tricolore come la nostra) che incrociava vicino, e molto al largo altre navi. Il semaforo avverti subito i compartimenti di Ancona e Venezia. Contemporaneamente si delineò all’orizzonte un dirigibile• nemico che credesi operasse d accordo colle navi nemiche.
Alle 4 circa la nave (un incrociatore) che distava pochi chilometri dal porto, iniziò il bombardamento a palla e con granate di grosso calibro, coll’obbiettivo, pare, di distruggere la ferrovia e un ponte sul bivio ferroviario Rimini-Ferrara-Rimini-Bologna, ove il danno fu maggiore. Venne abbattuta una abitazione, altre furono danneggiate e rimase smossa la terra nelle vicinanze. La nave sparò qualche colpo anche contro la città, ma senza produrre danni gravi; poi, verso le 5, cessò il fuoco e fuggí inseguita, pare, da nostre navi ».

Riassunto delle operazioni della giornata del 24.

« Frontiera della Carnia : Le artiglierie austriache alle ore 19 del 23 apersero il fuoco contro le nostre posizioni senza risultato. Nella giornata del 24 le nostre artiglierie fecero fuoco contro le posizioni occupate dalle artiglierie nemiche.
« Lungo la frontiera friulana : Le nostre truppe avanzarono ovunque in territorio nemico, incontrando debole resistenza. Vennero occupati Caporetto, alture tra il Judrio e l’Isonzo, Cormons, Versa, Cervignano e Terzo. Il nemico si ritirò distruggendo ponti e incendiando casolari.
« Nell’Adriatico: I nostri cacciatorpediniere aprirono il fuoco contro il distaccamento nemico a Porto Buso e sbarcarono truppe, prendendo prigionieri 70 austriaci che furono trasportati a Venezia. Perdite nostre: un morto e pochi feriti.

« Firmato : CADORNA »

La Camera francese all’Italia.

Alla Camera francese il 25 maggio il presidente Deschanel ha pronunziato caloroso discorso in onore dell’Italia, che tutti i deputati, in piedi hanno lungamente acclamato. I deputati si sono rivolti a più rriprese verso la tribuna del Corpo diplomatico, in cui si trovava l’ambasciatore italiano Tittoni, facendogli una ovazione entusiastica.
Il presidente del Consiglio, Viviani, ha inviato un infervorato saluto alla nazione italiana e al suo Re, degno erede dei grande antenato che con Cavour e Garibaldi fondò l’unità italiana: ha terminato con voce vibrante gridando: « Viva l’Italia ! » Tutti
i deputati in piedi hanno ripetuto il grido. La Camera ha deciso all’unanimità l’affissione dei due discorsi.
L’ambasciatore Tittoni, uscendo dalla seduta, si è recato dal presidente della Camera e dal presidente del Consiglio per ringraziarli.

L’Illustrazione Italiana
29 maggio 1915

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