Tre Gesuiti a Santa Innocenza

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Lapide di Francisco Montoro

I Gesuiti arrivano a Rimini grazie alla benevolenza mostrata loro da un nobile riminese, Francesco Rigazzi. Costui, diseredato il figlio, nominò la moglie Portia Guiducci usufruttuaria di ogni suo bene terreno con l’obbligo, alla di lei morte, che i beni in questione passassero alla Compagnia di Gesù. Dal 1627 la Compagnia cominciò la sua predicazione in città, pur non possedendo una vera e propria chiesa. Dopo le lamentele degli altri ordini cittadini, Francesco Rigazzi concesse ai Gesuiti il proprio granaio da trasformare in una piccola chiesa, aperta nel giugno 1631 col titolo di San Francesco Saverio. Due mesi dopo Rigazzi rese l’anima al Creatore e la vedova aprì parte della propria dimora affinchè i Gesuiti vi istituissero una scuola. Ma è solo con il lascito (1655) del patrizio riminese Cesare Galli, protonotario apostolico, che si potè pensare ad una vera e propria chiesa, la cui costruzione iniziò nel 1719 e terminò nel 1721 su progetto, vuole la tradizione, del conte Francesco Garampi o del cavalier Giovan Francesco Buonamici. E’ più probabile però che l’architetto sia stato il bolognese Alfonso Torreggiani, il quale tra il 1746 e il 1755 progettò e realizzò anche  l’adiacente Collegio.

Dopo la metà del XVIII per la Compagnia di Gesù cominciò un lento declino: molti stati europei vedevano nell’ordine un potente alleato del Pontefice ed un ostacolo alle politiche riformiste che essi volevano mettere in atto. Vennero espulsi nel 1759 dal Portogallo, nel 1761 dalla Francia e nel 1767 dalla Spagna, finchè con il breve Dominus ac Redemptor del 21 luglio 1773 papa Clemente XIV soppresse la Compagnia.

Lapide di Gaspar de Sola

A Rimini, nel cortile interno di quello che fu il Seminario vescovile nei pressi del Tempio Malatestiano, oltre allo stemma del cardinal Ludovico Valenti, vescovo di Rimini dal 1759 al 1763, vi sono alcune lapidi provenienti dalla chiesa di Santa Innocenza, abbattuta nel 1919 per ampliare la via che collegava la piazza alla stazione (l’attuale via IV Novembre). Tre di queste lapidi riguardano gesuiti spagnoli: Gaspar de Sola (1711-1783), Francisco Montoro (1723 -1795) e Josè de Gaona (1709-1791).

E’ noto come diversi ex gesuiti espulsi dalla Spagna di Carlo III, una volta trasferitisi in Italia riuscirono ad inserirsi nell’entourage delle famiglie nobili, in seno alle quali svolsero diverse mansioni, spesso molto delicate. Scrive Niccolò Guasti nell’ottimo L’esilio italiano dei gesuiti spagnoli: Identità, controllo sociale e pratiche culturali (1767-1798):

Il segreto del loro successo risiedeva nel fatto che la capacità di gestirne l’amministrazione domestica […] si coniugava spesso alla forza suasiva connaturata con la direzione spirituale dei propri protettori.

Lapide di Josè de Gaona

Francisco Montoro, ad esempio, era divenuto confessore privato di Geltrude Martinelli, moglie di Francesco Garampi, fratello del famoso cardinale Giuseppe Garampi. Grazie allo scrittore sevillano Félix Gonzales de Leon (1790-1854), e al suo Noticia artistica, historica y curiosa de todos los edificios publicos, sagrados y profanos de esta muy noble, muy leal, muy heroica e invicta ciudad de Sevilla (1844) possiamo apprendere alcune notizie su Gaspar de Sola: nato da una brillante famiglia, di ingegno acuto ed istruito in tutti i generi di erudizioni, tanto nelle discipline maggiori quanto in quelle minori, insegnò per diversi anni lettere, filosofia e teologia finché non venne espulso dalla Spagna. Scomparso il 4 maggio 1783, venne sepolto nella chiesa di santa Innocenza, vicino all’altare del Cuore di Gesù e di San Giuseppe da Copertino. Sul terzo gesuita, Josè de Gaona, non abbiamo ancora trovato notizie.

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