Via del porto c’è una graziosa…

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Come dicevo in una nota precedente, sul finire del Medioevo – e per vari secoli a seguire – la prostituzione a Rimini è stata relegata nella zona del porto. Una indagine relativa al Quattrocento attesta che, a quel tempo, nel borgo di Marina esistevano solo 2 case e 5 casupole di abitazione, a fronte di 39 magazzini per il ricovero delle merci in arrivo o in partenza, 3 osterie e 6 cantine. Inoltre, stando agli Statuti comunali del 1334, era frequentato da una moltitudine di ribaldi, lenoni, meretrici e ubriachi sempre dediti a baruffe (gentes vilissime, videlicet rubaldi, lenones, meretrices et homines ebriosi qui cotidie rissantur); al punto che qui il balitore (cioè il responsabile di contrada) non era tenuto a denunciare le ingiurie e le risse, come si doveva fare nelle altre aree della città, ma solamente gli omicidi e i ferimenti con arma metallica.
Dunque, era il posto giusto per collocare il postribolo, senza sollevare proteste da parte della popolazione. Il borgo, sviluppatosi all’esterno del muro cittadino, aveva due strade principali dirette al mare che si incrociavano con una serie di vie parallele alla costa. Il postribolo era situato in una di queste ultime, corrispondente press’a poco all’odierna via Roma. Poi aveva subìto uno spostamento verso mare, tanto che due strade parallele si chiamavano rispettivamente: via del Postribolo Vecchio e via del Postribolo Nuovo.

Alcuni documenti del 1490 e 1491 permettono anche di capire come era strutturato l’edificio ad usum lupanaris, dove risiedevano le puelle sive meretrices: il fabbricato comprendeva cinque camerette a destra e cinque a sinistra, divise da un corridoio centrale che davanti aveva l’ingresso e dietro l’uscita. Le fonti lo descrivono dichiarandolo prout est consuetum, cioè precisando che era la conformazione tipica dei postriboli di allora e non solo di quello riminese.
La gestione veniva assegnata per bando pubblico, al miglior offerente, il quale doveva pagare ogni anno il cosiddetto “dazio del postribolo”, commisurato agli introiti presunti. Che non sempre si realizzavano, come si verificò ad esempio nel 1464 allorquando Pietro di Cola, assuntore in quegli anni, ottenne uno sconto da Sigismondo Malatesta perché a causa della guerra, di una epidemia e di altri accidenti, gli incassi erano stati magri. Il dazio del postribolo era oggetto di trasferimento e negoziazione come ogni altro bene, tanto che – per una serie di passaggi fortuiti – nel 1416 era giunto in eredità ai monaci di S. Agostino i quali, dopo un po’, pensarono bene di disfarsene, giudicando non esse honestum neque congruum vel iustum continuare a tenerlo.

Quantunque la prostituzione fosse una attività legale e consentita, per rispetto alla religione un apposito decreto disponeva che, in occasione delle festività solenni, il lupanare rimanesse chiuso. Inoltre, per evitare la diffusione del fenomeno nelle varie contrade cittadine, gli Statuti medievali di Rimini imponevano che le meretrici risiedessero nel postribolo medesimo o in edificio loro espressamente assegnato. Nessuno poteva alloggiarle in case private, né dare alloggio ad eventuali loro protettori o protettrici; il proprietario che trasgrediva, si vedeva scoperchiare la casa e i relativi coppi diventavano bene di tutti. A loro volta le meretrici ed i loro protettori, se scoperti ad abitare in città, incorrevano nella pena di 10 lire e, non pagando, subivano la fustigazione in pubblico e la successiva espulsione. Agli inizi del Cinquecento le Riformanze Comunali, aggiornando gli antichi Statuti, hanno assegnato la giurisdizione su ruffiani e putane direttamente al Capitano del Porto, che aveva la sua sede vicino alla chiesa di S. Nicolò e poteva controllare più da vicino i “traffici” portuali.

Qua e là, le carte d’archivio permettono di conoscere il nome e la provenienza di qualche puella in attività nel lupanare riminese: Polonia da Venezia, detta la Riccia, nel 1393; Bona da Sebenico, nel 1394; Elena slava e Isabetta da Zagabria, nel 1440; Beatrice dal Brabante, nel 1441; Simona da Mantova, nel 1493.

Oreste Delucca
(per gentile concessione di “Chiamami Città”)

One Response to "Via del porto c’è una graziosa…"
  1. Anna Guerra ha detto:

    Gentilissimi, mi chiamo Anna e sono una studentessa laureanda all’università di urbino e sto conducendo il mio lavoro di tesi su San Nicolò al porto, in particolare la cappella medievale denominata celestina. Ho trovato molto interessate questo articolo per le mie ricerche, e vorrei saperne di più anche su fonti bibliografiche. Come posso fare? Inoltre vi chiederei se per caso nei vostri archivi vi sono foto antecedenti alla seconda guerra mondiale della zona dei mille.
    Vi ringrazio anticipatamente

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