4 aprile 1968

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Inèr i va bèin per cantè, fè la bocs, andè in guèra ma si èlza la tèsta i fa prèst a mazèj” (i neri quando cantano o diventano campioni di pugilato o devono difendere la patria in guerra, vanno bene.. ma se alzano la testa per il loro diritti, fanno presto a ammazzarli). Questo fu il commento della Elsa quel 4 aprile del 1968.

Il 4 aprile del 1968, giorno dell’assassinio di Martin Luther King, avevo da poco compiuto 17 anni e da due avevo aderito alla FGCI, una scelta politica, certo ma ancor più una scelta ideale, anzi una scelta PER gli ideali di pace, uguaglianza, indipendenza, giustizia, libertà.. ideali che non mi hanno mai abbandonato e che, anche quando si discute nel “concreto”, come si ama definire oggi ogni piattaforma operativa, ovvero si affronti il tema del lavoro, dello sviluppo economico, dell’ambiente.. sono sempre quei valori, scoperti in gioventù, che mi dicono da che parte stare.

Eh sì perché la mia scelta di allora nacque sull’onda dello sdegno che ci suscitò la guerra contro i vietnamiti, quella sfida di un elefante ad un moscerino, che quelli della mia generazione e formazione definirono “imperialismo americano”, sintetizzato nei cartelli dei nostri cortei con “Johnson boia” o “americani go home!”. Fu quella la guerra che introdusse le armi chimiche per fare terra bruciata (non solo in senso figurato), che mieteva vittime tra civili, bambini compresi, che popolavano miseri villaggi, fu quella la guerra che inaugurò il filone nefasto della “esportazione della democrazia”. Una guerra che suscitò critiche anche all’interno della stessa America ma – e questa fu la novità – fece vivere e sentire quel senso profondo di ingiustizia in ogni parte del mondo, ci sentivamo tutti vietnamiti e questo sentimento generale pesò più delle armi nella risoluzione di quel conflitto.

Perché sottolineo la guerra in Vietnam? Perché c’era un filo che la univa all’assassinio di Martin Luther King ovvero il filo della violenza per reprimere i diritti delle persone, quello alla loro autodeterminazione, alla libertà, al rispetto della dignità individuale e sociale.

Martin Luther King pagò con la vita l’essersi messo alla testa di un movimento che si ribellò alla discriminazione razziale con la NON violenza, che partito dal rifiuto di Rosa Parks di cedere il suo posto ad un bianco su un autobus, solo perché lei nera e lui bianco, aveva dato origine alla più vasta azione di boicottaggio dei mezzi pubblici mai vista negli Stati Uniti e che oltre la rabbia, l’amarezza e lo spirito di ribellione aveva risvegliato, nella popolazione di colore, il senso della propria dignità, del proprio ruolo, del proprio contributo alla comunità americana…

E quel sistema passato dallo schiavismo alla segregazione, che tollerava e alimentava spedizioni punitive del Klu Klux Klan contro i negri “cattivi” che osavano alzare lo sguardo.. non era in grado di contrastare quel tipo di lotta… tanto alla Corte Suprema spettò di dichiarare la segregazione in contrasto, anzi in violazione della Costituzione degli Stati Uniti.

Ma Martin Luther King fu assassinato e non fu l’ultimo e le discriminazione razziste continuano ad esistere.. se solo ci soffermassimo a pensare che sentirsi migliore, superiore di un’altra persona solamente per il colore della pelle o della fede religiosa o dell’orientamento sessuale è l’ammissione stessa della nostra pochezza.. se solo capissimo che questa presunzione serve a chi la sfrutta per i propri interessi ora politici ora economici non solo avremmo realizzato una vera conquista di giustizia sociale ma anche l’unico baluardo alla barbarie perché, dice la Elsa, dall’alto dei suoi 92 anni “l’è quand è suzéd stal robi.. che po’ scapè fóra un mat cmè cl’èlta vòlta”.

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